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ULTIMI BLOGS INSERITI
Microborsa
Politica e tradingCat: Politica e società
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FaqaDuck.com - Get daily urban meat, news, events and all u can eat
elcome to our urban and handy blog. Faqaduck is devoted to collect news, share Umeat and have discussion. Here you can get daily happy pills, cultural interests, economy knowledges. You can find whatever you need to satisfy your curiosity. With faqaduck be what you want updating yourself.Cat: Lifestyle
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BlogoSphera
Dall' esperienza Sphera Group (www. spheragroup.it), una delle realtà più dinamiche nell' ambito della Consulenza Aziendale, un Diario di bordo delle attività, dei case history più rilevanti e delle opinioni di Consulenti, Imprenditori, Manager e delle varie professionalità che ogni giorno affrontano le problematiche del mondo economico e imprenditoriale. Questo Blog nasce come luogo di discussione, di critica e scambio di opinione: un' Agorà mediatica, dove discutere di Management, Economia, Finanza e di quei fattori di vantaggio competitivo, concreti e duraturi che possono far crescere Persone e Imprese.Cat: Economia e finanza
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FESTA MONDIALE DEL PI GRECO: π CONCERTO APERITIVO di Vitaliano Gallo
Domenica 14 Marzo 2010 alle 11h30 CONCERTO APERITIVO di Vitaliano Gallo Museo Civico di Sanremo FESTA MONDIALE DEL PI GRECO: π " 3,14 = Marzo 14 " = π Esecutori: I solisti dell'orchestra da camera "Principato di Seborga" www.orchestraprincipatodiseborga.com Maria Cristina Noris: clarinetto Vitaliano Gallo: fagotto/chitarra/oud Massimo DalPrà: pianoforte Musiche di: Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini INGRESSO GRATUITO http://14marzo2010festadelpigrecosanremo.blogspot.com/ Cat: Musica
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Employer Branding Blog - Il blog di Davide Scialpi
The employer branding blogger è il blog di Davide Scialpi dedicato esclusivamente al tema dell'Employer Branding e alle sue evoluzioni. Cat: Arte e cultura
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Le ultime News dal Mondo Hardware, dell' Overclock e Modding
Le ultime NewLe ultime News dal Mondo Hardware, dell' Overclock e Moddings dal Mondo Hardware, dell' Overclock e ModdingCat: Informatica e Internet
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PC in parole semplici
"Spiegami il Computer come se avessi 7 anni" - Parlare di Computer in modo semplice si può fare! - Nel Blog PC in parole semplci ti racconto il computer (come è fatto e come si usa) usando parole comprensibili a tutti e spiegandoti i termini tecnici con semplici esempi tratti dalla vita quotidiana - Cosa è una CPU, a cosa serve la RAM, come si crea un Blog, cosa vuol dire chat, cosa sono i social network, come è fatto un computer, dove conviene comprare un computer... e molto di piùCat: Informatica e Internet
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NOTIZIE VIA FEED RSS
FaqaDuck.com - Get daily urban meat, news, events and all u can eat
- Mc Donald’s lancia il nuovo Dutch Deluxe con un spot decisamente “olandese”
- Come già avvenuto in Italia con il panino McItaly la catena internazionale di fast-food McDonald’s prosegue nella sua strategia di marketing volta ad arricchire il proprio assortimento con produzioni locali. E’ ora la volta dell’Olanda, paese nel quale la catena McDonald’s ha lanciato il panino Dutch Deluxe.
Ciò che ci ha incuriositi non è tanto il [...]
- La Nike chiede sangue arancio alla nazionale olandese in vista dei prossimi mondiali di calcio
- ” This year, the Dutch National Team will head to South Africa with newfound resolve, unity, and focus, determined to come home champions. To do it, they’ll need more than beautiful skill and brilliant play. They’ll need a passion never before seen in Dutch football. To win it all this year, they’ll have to give [...]
- Vodafone e Sony Ericsson presentano Sony Ericsson Vivaz
- VODAFONE E SONY ERICSSON PRESENTANO IL NUOVO SONY ERICSSON VIVAZ
Vodafone e Sony Ericsson presentano da oggi sul mercato italiano il nuovo Sony Ericsson Vivaz, disponibile in esclusiva in tutti i punti vendita Vodafone ed all'interno dello shop online del sito web vodafone.it. Con Sony Ericsson Vivaz la comunicazione diventa puro intrattenimento, con video HD [...]
- Coca-cola happiness machine: where will happiness strike next?
- Coca Cola recently took the "Happiness Factory" concept out of the television and into the common room of a New York City university. A specially rigged Coca Cola vending machine was set up overnight in Marilac Hall at St John's University in Queens, with five hidden cameras ready to catch the action. Next day students [...]
- Lego Cl!ck campaign: find your ispiration
- This recent online video campaign by toy manufacturer Lego is an excellent example of a brand using online advertising to reach out to and connect with its customers.Lego defines a Click moment as “that little bolt of excitement that hits when the solution to a problem suddenly becomes clear”. With this online video campaign, the [...]
- Valentino per Haiti
- Valentino durante la settimana della moda Milanese ha venduto una T-shirt di pizzo bianco di cui il 100% del ricavato andrà ai bambini di Haiti. Il costo è di 250 € e ogni vendita basta per supportare le spese mediche di un bambino menomato dal terremoto. Attualmente ci sono 20.000 bambini ad Haiti, con gli [...]
- What a sensual world…
- Una mappa dei cinque sensi invece di quella dei cinque continenti, la geografia delle gioie sensoriali di tutti.
Creata con il contributo dei partecipanti dell’iniziativa pubblicitaria di benetton: IT’S MY TIME
- Parte la campagna IT’S MY TIME di Benetton
- Parte la nuova campagna mondiale di comunicazione interattiva e multimediale.IT'S MY TIME.
Benetton lancia il primo casting mondiale alla ricerca degli stili personali che raccontano i giovani, il loro tempo, la loro visione del futuro.
I vincitori saranno protagonisti della campagna di prodotto United Colors of Benetton autunno-inverno 2010/2011.Lo stile senza confini, giovane, autentico e personale, proiettato [...]
- Infostrada: nuovo spot con Fiorello
- Lo showman protagonista per Infostrada Parte una nuova campagna Infostrada che vede ancora Fiorello alle prese con la comunicazione di una "pazzesca" offerta Infostrada. Come già nella scorsa campagna, viene proposto un format innovativo e una strategia di pianificazione media che vede vari soggetti ruotare in tv tutti contemporaneamente. [...]
- NOKIA: Al via la settima edizione del Nokia University Program
- L'edizione 2010 del NUP chiama a raccolta
tutti gli studenti universitari italiani per una nuova grande sfida:
ideare un'applicazione per l' Ovi Store di Nokia.
Il progetto vincitore sarà realizzato
E' partita ieri, dal sito www.nokia.it/nup, la settima edizione del Nokia University Program (NUP), il progetto ideato nel 2003 da Nokia con l'obiettivo di offrire agli studenti universitari la [...]
BlogoSphera
- Il Potere del no positivo
- di William UryVentisette anni fa scrissi insieme a Roger Fisher un libro intitolato Getting to Yes, incentrato su come giungere a un accordo che soddisfi le parti coinvolte in una negoziazione. penso che sia diventato un bestseller internazionale perché fa riflettere le persone sui principi del senso comune, che sicuramente conoscono ma che a volte dimenticano di applicare.Sicuramente con il passare degli anni mi sono accorto che "arrivare al sì" non è solo la metà dell'equazione ma è anche la parte più facile. Come diceva uno dei miei clienti, presidente di un'azienda: "I miei collaboratori sanno come arrivare al sì, non è un problema. Ciò che riesce loro difficile è dire No". O come segnalerà l'ex premier britannico Tony Blair: "L'arte della leadership non consiste nel dire Sì, ma nel dire No".In realtà poco dopo la pubblicazione di Getting to Yes comparve una caricatura nel Boston Globe. Un uomo in giacca e cravatta chiedeva a un libraio un consiglio su un buon libro di negoziazione. "Questo è molto popolare", gli disse il libraio porgendogli una copia di Getting to Yes. "Non era un Sì quello che avevo in mente", rispose il cliente.Una conversazione con il famoso finanziere Warren Buffet rafforzò in me l'importanza del No. "Non capisco questa storia del Sì - mi disse -. Nel mio genere di affari, la parola più importante è No. Tutto il giorno valuto proposte di investimenti e dico No, No, No, No, finché non incontro esattamente quello che sto cercando. E allora dico Sì. Tutto ciò che ho dovuto fare è stato dire Sì poche volte nella mia vita e su questo ho costruito una fortuna." Il No è la chiave per definire il suo focus strategico, di conseguenza ciascun Sì importante può richiedere migliaia di No.Con il tempo ho capito che il principale ostacolo per arrivare al Sì è imparare a dire di No nel modo giusto. A volte ci risulta difficile dire No quando vogliamo farlo, e sappiamo che dovremmo. O decidiamo di farlo ma in modo che frena l'accordo e distrugge le relazioni. Cediamo alle esigenze sbagliate, all'ingiustizia e perfino all'abuso, e ci imbarchiamo in una lotta distruttiva in cui tutti perdiamo.Per sfuggire a questa trappola dobbiamo adottare quello che io definisco un "No positivo". A differenza del No tradizionale, che inizia e finisce con un No, il No positivo inizia e termina con un Sì.Dire No in maniera positiva significa prima di tutto dire Sì a noi stessi e ai nostri valori più profondi. Quando John, dirigente di un'azienda familiare che conosco, ha dovuto dire No alla richiesta di suo padre (e capo) di occuparsi degli affari durante le feste natalizie per l'ennesima volta, egli ricorse a un Sì più profondo alla sua famiglia e al rispetto di se stesso. Disse al padre: "La mia famiglia ha bisogno di me e intendo passare con loro il Natale".John fissò un limite e proseguì, con un tono rispettoso: "Non lavorerò questo Natale". Senza dubbio non terminò con questo No ma con una proposta positiva. Spiegò a suo padre come avrebbe organizzato il lavoro in ufficio di modo che si facesse ciò che si doveva, mentre lui avrebbe destinato il tempo necessario alla sua famiglia.In conclusione il No positivo è una sequenza Sì-No-Sì. Il primo Sì esprime le necessità e i valori della persona, il No consolida il suo potere, e il secondo Sì consolida la sua relazione. La chiave risiede nel rispetto, tanto verso noi stessi quanto verso l'altro.Il No positivo rappresenta un matrimonio fra le due parole essenziali del linguaggio: Sì e No. Il problema attuale è che separiamo i nostri Sì dai nostri No. Sì senza No significa condiscendere, mentre No senza Sì è dichiarare guerra.Il Sì senza il No distrugge la nostra soddisfazione personale e il No senza il Sì distrugge la nostra relazione con gli altri. Abbiamo bisogno di entrambi e insieme. Perché Sì è la parola chiave della comunicazione e No è quella dell'individualità . Sì è la parola chiave della connessione, No quella della protezione. Sì è la parola chiave della pace, No quella della giustizia. L'arte massima consiste nell'imparare ad integrarle, ad unirle in matrimonio. È questo il segreto per difendere ciò che sentiamo e di cui abbiamo bisogno, senza distruggere accordi importanti né relazioni preziose.Il modo in cui diciamo No può sembrare, a volte, molto poca cosa; ma con il tempo fa un'enorme differenza nelle nostre vite, nella vita di chi ci circonda e nel mondo in genere.Nel dire No al momento opportuno non facciamo un regalo. Stiamo proteggendo qualcuno o qualcosa a cui teniamo molto. Stiamo creando tempo e spazio per qualcosa che desideriamo. Stiamo cambiando la situazione in meglio, e preservando i nostri amici, colleghi e clienti. In sintesi siamo autentici con noi stessi. Attraverso la pratica semplice e quotidiana del No positivo stiamo collaborando con la nostra qualità di vita, il nostro successo lavorativo e la nostra felicità in casa. È un regalo che ci dobbiamo.Però dire No può anche essere un regalo per l'altro. "Dimmi di sì, o di no, ma dimmelo subito", è un ritornello molto noto. L'altro preferisce solitamente una risposta chiara, anche negativa, invece dell'indecisione. Un No gli consente di avanzare e prendere le proprie decisioni.Certo è che un No positivo può unirci di più all'altro, in una relazione più autentica. Però se non gli diciamo la verità , benché sia un No, egli prenderà distanza perché sempre ci sarà qualcosa di importante che rimarrà taciuto tra di noi.Dire No è un regalo per noi stessi, per l'altro e per tutto il mondo. Immaginiamo per un attimo un mondo in cui i No positivi fossero la norma e non l'eccezione:• In casa, i genitori che esercitano No rispettosi con i propri figli vedrebbero lotte molto meno distruttive e i figli sarebbero meno maleducati e più felici, come solitamente crescono i bambini con limiti fermi e rispettosi. Quanti portano avanti relazioni conflittuali scoprirebbero che il matrimonio e le amicizie avrebbero così maggiori possibilità di successo.• Al lavoro, i dirigenti che sanno dire di No svolgerebbero un'attività migliore, al momento di mantenere le loro organizzazioni strategicamente mirate. I responsabili dei dipartimenti finanziario, legale, informatico e delle risorse umane, che normalmente devono dire di No ai loro clienti interni, darebbero un contributo più efficace agli obiettivi strategici dell'organizzazione. I venditori, che sanno quando e come dire No ai loro clienti, si sentirebbero sostenuti nel farlo. E tutti avrebbero una maggiore autorità per trovare il punto di equilibrio tra vita professionale e privata.• Nel mondo in generale, se i leader e le nazioni sapessero dire No in modo positivo, la gente difenderebbe ciò che è giusto per arrivare a soluzioni costruttive. Il risultato sarebbe un maggior conflitto, senza dubbio, però ci sarebbero meno guerre e più giustizia.• La Natura, infine, sarebbe la prima beneficiaria, perché tutti sapremmo dire No agli eccessi che minacciano l'ambiente, dal quale dipendiamo noi e le generazioni future. La vita, in definitiva, sarebbe molto più serena, sana e sensata.Non c'è dubbio che per pronunciare un No positivo occorrano coraggio, visione, empatia, forza, pazienza e perseveranza. Per cambiare i vecchi modelli occorre pratica. Fortunatamente ognuno di noi ha numerose opportunità per praticare l'arte del No tutti i giorni. Prendetelo come un esercizio. State sviluppando il muscolo del No positivo. Con l'esercizio quotidiano questo muscolo sarà ogni vola più forte. Con pratica e riflessione chiunque può migliorare nell'arte di dire No. Vi auguro il successo che giunge solo quando siamo autentici con noi stessi e rispettosi degli altri.
- IL CRUCCIO DEL MANAGER
- Di Paola DaneseSe prendiamo per buona la definizione che "manager" è chi gestisce persone, dobbiamo prendere atto che "gestire persone" è un lavoro. Chiunque si sia trovato coinvolto in questa attività sa quanto sia difficile, quante energie richieda, quanti insuccessi si accumulino nel perseguire l'ottenimento dei risultati di chi abbiamo a fianco, dei collaboratori che ci sono stati assegnati.
Ormai la letteratura e le fucine di corsi per manager hanno dato ampiamente spazio a cosa significhi FARE il manager e perseguire gli obiettivi che questa categoria prevede. Eppure in azienda, soprattutto nelle realtà di medie dimensioni, il responsabile di un gruppo di persone spesso si perde in modalità fantasiose e contorte per motivare i propri collaboratori e di fronte al loro insuccesso è tentato di scaricare le responsabilità del fallimento sulle incapacità del collaboratore, sulla sua miopia organizzativa, sulla sua impreparazione, sulle sue incompetenze. Nonostante la miriade di libri sul management letti, nonostante gli appunti accumulati sulla scrivania durante i meeting formativi, rimane un compito difficile per il manager quello dell'analisi del proprio lavoro, dei propri errori.
Si cercano innovative formule di gestione, spesso astruse nell'applicazione, e si finisce per rendere complesso qualcosa che in realtà , nella sua semplicità trattiene e rilascia, giorno dopo giorno, tutta la sua potenza.Lou Holtz, allenatore del Notre Dame -squadra di football americano- quando parla della propria filosofia di gestione racconta: "il mio lavoro non consiste nel motivare i giocatori, perché lo sono già straordinariamente per conto loro. Il mio compito è di non demotivarli."Responsabilizzare le persone e aiutarle ad ottenere risultati non significa fare qualcosa per loro ma adoperarsi perché abbiano tutti gli strumenti per ottenere i risultati sui quali saranno misurati, fare in modo che ogni ostacolo che possano incontrare su quel percorso, sia già stato previsto e gestito, significa stare dietro le quinte, lontano dalle luci della ribalta, e lavorare perché sul palcoscenico della quotidianità la loro rappresentazione riesca con meno intoppi possibili. Rimanendo nella metafora del teatro, significa mettersi nella buca del gobbo e suggerire le parole perché la loro amnesia momentanea non infici la preparazione di mesi, il lavoro del gruppo e il loro orgoglio non esca ferito da una sconfitta, da una brutta figura.La gestione delle persone passa soprattutto, non ci stancheremo mai di dirlo, di trasferirlo, di scriverlo attraverso la concessione, il permesso ai collaboratori di sbagliare. Solo sbagliando ci danno la possibilità di correggerli, di capire quale distanza ancora li separa dal successo, in che cosa siamo stati negligenti, quale aspetto della nostra applicazione dei dati deve essere migliorato. I loro errori ci danno la concretezza delle nostre abilità di manager o dei nostri limiti.Per far crescere i nostri collaboratori dobbiamo poter cambiare, modificare il nostro approccio alle situazioni, il nostro modo di guardare agli errori: nostri e loro.Scrive Tom Peters: "il pericolo pubblico numero uno sono quei capi che non capiscono l'importanza dell'insuccesso".Alla fine della vostra giornata di lavoro, mentre spegnete il computer e pensate al meritato riposo serale, fermatevi a pensare a che cosa avete fatto esattamente durante la giornata per rimuovere gli ostacoli al successo dalla strada dei vostri collaboratori, di quei potenziali campioni sui quali avete deciso, spesso non troppo tempo addietro, di investire.Saranno i loro risultati a misurare realmente le vostre capacità . Mai il contrario.
- Slalom tra le tasse e il welfare così la partita Iva progetta il 2010
- di Dario Di VicoA gennaio un consulente a partita Iva che si rispetti si comporta come un' impresa. Si mette al computer e prepara il suo bravo business plan. A cosa scrivere ci ha pensato lungo tutta l' interruzione di 15 giorni tra Natale e l' Epifania, che per un consulente che vive di contatti e di relazioni è un periodo altamente ansiogeno. Si sta in famiglia, si va in montagna, si organizza il cenone, si prendono i regali per i ragazzi ma un retropensiero li accompagna sempre: «Non è che i miei clienti mi dimenticheranno?».L' ansia da commessa coinvolge tutti gli Invisibili che all' alba del giorno fissato per la fatidica ripresa dell' attività si mettono di buon ora al computer. Un comportamento totalmente diverso dai lavoratori dipendenti che invece nel primo giorno post-ferie partono con il freno a mano tirato, si concedono più soste del solito alla macchinetta del caffè e raccontano a nastro cosa hanno fatto nei meravigliosi-quindici-giorni fuori dall' ufficio. Due mondi, popolato di ansiosi il primo, di iper-rilassati il secondo. Bilanci psicologici Non tutti i consulenti di questo moderno Quinto Stato lavorano con le stesse modalità di mercato e quindi anche il carico di stress è differente. Chi opera a giornate non vede l' ora di riprendere a tessere la tela dei contatti. Sa bene che tutte le organizzazioni sue controparti sono per loro natura delle navi che si riavviano senza strappi e lui invece le vorrebbe saettanti come degli aerei. Ma alla fine, oltre le due settimane di fermo dovute alle feste, il consulente deve mettere in conto tre o quattro giorni in più dovuti all' inerzia dei suoi committenti che cominciano a mollare molto prima del Natale e riprendono dopo l' Epifania a bassa intensità . Tutto questo tempo in più finisce per essere dedicato ai bilanci psicologici ed economici. E, come raccontano in tanti, «ci vuole forte presenza e forza mentale per evitare di lasciarsi andare». Il consulente che lavora per progetti lunghi (minimo quattro mesi, massimo un anno) non ha i costi da stress del suo collega, può permettersi di pianificare le mosse con maggiore tranquillità , non è assillato dal rischio di rimanere fermo e non guadagnare. I «progettisti» le vacanze le usano per recuperare i ritardi accumulati in una o nell' altra fase del progetto e anche per cercare di capire le nuove tendenze del mercato o i comportamenti delle aziende. Sono attentissimi a captare qualsiasi novità , qualsiasi segnale dia loro preziosi input, sono sensibili alle foglie. L' obiettivo è sviluppare nuove idee da vendere sul mercato, farlo prima degli altri, addirittura anticipare le esigenze dei committenti magari intrecciando competenze diversissime tra loro (persino informatica e ballo!). Chi anticipa, infatti, riesce non solo a lavorare di più ma anche a farsi remunerare meglio l' idea vincente. Se invece la lampadina non s' accende, e si è costretti a battersi per portare a casa una fetta di lavoro più tradizionale e meno innovativo, la competizione sui prezzi sconfina nel dumping. E si finisce spesso per fare il conto-terzista, si lavora per altri professionisti che appaltano la parte meno pregiata delle loro commesse. Qualità del lavoro In questa delicata opera di programmazione un consulente fa sempre i conti con il fantasma che si aggira dietro il suo computer: l' obsolescenza. I più raffinati ne individuano addirittura due tipi, quella classica ovvero il rischio di restare fuori gioco rispetto alle dinamiche di mercato o all' evoluzione di alcune tecnologie. E quella psicologica: più si va avanti con gli anni più è difficile accettare compensi ridotti. Il tempo alimenta un' aspettativa di riconoscimento (qualità del lavoro e tariffa) che quando viene frustrata induce a proferire la famosa frase: «Solo un giovane che non ha famiglia può permettersi di lavorare a questi prezzi». Per evitare questa pericolosa sindrome una partita Iva avveduta allunga i suoi tempi di programmazione, ragiona non a dodici mesi ma a quattro o cinque anni. In questo modo spera di non cadere nell' obsolescenza, l' inferno del consulente. Naturalmente tutte queste speculazioni sul futuro quando impattano, come adesso, con la Grande Crisi si fanno più ardue. Una volta era possibile già dall' 1 gennaio prevedere con sufficiente approssimazione quanto si sarebbe guadagnato da lì al 31 dicembre, oggi tutti sono costretti a viaggiare nella tremontiana terra incognita. Fiducia e relazioni Negli anni scorsi aveva avuto un discreto successo un testo del sociologo americano Richard Sennett che sosteneva, con ragione, come la precarizzazione del lavoro finisse per corrompere il carattere, per indebolire strutturalmente «l' io» di un lavoratore Invisibile. Mutatis mutandis qualcosa del genere vale per il consulente. Una partita Iva che vive sul mercato selvaggio di un terziario avanzato piccolo piccolo sa che deve porre un' attenzione spasmodica alle relazioni interpersonali. Quando lavora non può permettersi litigi, scatti d' ira, repentini cambi di umore. Il rischio è il cartellino rosso che comporta l' espulsione e svariate giornate di squalifica. Un consulente ha bisogno di avere rapporti fluidi e non conflittuali perché deve poter frequentare con grande facilità gli uomini che lavorano nelle organizzazioni. Per lui/lei è decisivo sapere sempre cosa bolle dentro i Palazzi dei Grandi Committenti e per questo ha bisogno di un legame fiduciario. Ogni rumour captato per tempo è oro. Il coffee break di un corso di formazione o un convegno (anche quelli bisogna saperli scegliere!) è un luogo fantastico per coltivare i contatti che contano e reperire le informazioni giuste. Ma una relazione fiduciaria la si costruisce in anni e la si può bruciare in pochi secondi. Nel Quinto Stato le relazioni personali non paiono aver subito la mutazione internettiana. Facebook, LinkedIn e gli altri social network per ora commesse non ne portano, molto meglio una sigaretta fumata in compagnia fuori da un convegno. Per tutti questi motivi le partite Iva milanesi non credevano alle loro orecchie quando la Provincia aveva annunciato l' idea di aprire uno spazio destinato a loro, la Fabbrica del lavoro autonomo (esistono a Berlino e Barcellona). Sarebbe stato l' incubatore di innovazione che tutti sognano ma alla peggio un' occasione di co-working, come si dice in gergo. Poter lavorare fianco a fianco e quindi godere di relazioni e flussi di informazioni stabili. Molto meglio che stare in casa ad aspettare news. Tasse e forfettone Una partita Iva che si rispetti deve avere il suo bravo commercialista al quale portare solitamente una pila di documenti e fatture. Le norme sono in continua evoluzione e quindi anche se volesse non riuscirebbe a far da sé. Il fisco, «esoso» per definizione, non perdona il consulente che sbaglia e il ricordo di alcune cartelle pazze arrivate negli anni scorsi è rimasto indelebile nella memoria dei nostri. Il guaio è, che secondo la vox populi, ci sono più commercialisti ferrati nelle materie d' impresa che in quelle che riguardano le partite Iva. Così le discussioni cliente-commercialista sono all' ordine del giorno: i ticket restaurant si possono scaricare o no? E come calcolare l' Iva sulle spese di trasporto? Fiscalmente conviene muoversi in auto o in treno? Come che vada alla fine il netto finisce sempre sotto la fatidica soglia del 50% degli incassi lordi. Posto che chi lavora per le imprese non può evadere neanche un euro, il forfettone a 30 mila euro non è giudicato conveniente per i professionisti full time, ma solo per quei lavoratori dipendenti che esercitano anche la libera professione. E quindi finisce che, grazie al forfettone, fanno concorrenza sleale perché possono abbassare le tariffe. Previdenza e sanità Dal fisco alle pensioni il quadro non migliora. Anzi. Visto l' elevato rischio di prendere da anziano un assegno misero (secondo la casistica più recente anche solo 500-600 euro), un Invisibile previdente dovrebbe pagarsi un' assicurazione privata per poter integrare il reddito da pensionato. Nella realtà accade che l' alto prelievo previdenziale (27-28% versato alla gestione separata Inps, dieci punti in più in pochi anni) ha portato molti a sacrificare la polizza privata, confermata solo da chi gode di redditi alti e quindi si può permettere di alimentare due rubinetti di welfare contemporaneamente. Anche in materia di sanità il consulente finisce per vivere pericolosamente alla giornata, la sua capacità di programmare cede il passo a una vita spericolata. La spesa di una polizza sanitaria non è sopportabile per un reddito medio e così le partite Iva finiscono per sentirsi degli eterni giovani in lotta continua contro il pericolo di ammalarsi. La leggenda vuole che proprio questo spirito li renda immuni, che la mobilitazione psicologica soggettiva faccia sì che, statistiche alla mano, una partita Iva si ammali meno, molto meno di un dipendente. La verità più prosaica è che le malattie banali vengono ignorate e caso mai rinviate al week end e ai giorni di vacanza. E' frequentissimo che una partita Iva si ammali nei giorni di ferie perché il suo corpo sa che a quel punto può mollare. Figli e matrimoni «misti» Anche le scelte di paternità /maternità finiscono per subire le leggi del mercato: si rinvia fino all' ultimo. Anche perché è vero che alle donne è riconosciuta la tutela della maternità ma i governi di centro-sinistra hanno introdotto l' obbligo di astenersi dal lavorare per cinque mesi, così una neo-mamma quando riprende l' attività si trova con i contatti azzerati e deve ripartire da zero. Una jattura. Di fronte a tutti questi impedimenti il consiglio che tutti si scambiano nel Quinto Stato è «fai un matrimonio misto». Se una partita Iva sposa un lavoratore dipendente, allora sì che diversifica il rischio!(fonte: Corriere della Sera del 19 gennaio 2010)L'immagine si trova all'indirizzo http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/jobtalk/2009/05/jobart-sposami-lamore-ai-tempi-delle-partite-iva-nella-vignetta-di-andrea-pedrazzini.html
- Bamboccioni, cioè giovani né né
- di Luca Ricolfi Periodicamente il problema dei «bamboccioni» si ripropone, non solo in Italia. Qualcuno, ingenuamente, potrebbe credere che sia un problema relativamente recente quello dei figli che restano nella casa dei genitori ben oltre la maggiore età , a volte anche fino a 30, 35 o addirittura 40 anni.In effetti l'espressione bamboccioni fu coniata appena tre anni fa, per l'esattezza il 4 ottobre 2007, dall'allora ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa che, per motivare le agevolazioni fiscali ai giovani con abitazione in affitto disposte dal governo Prodi, non trovò di meglio che dire: «Così mandiamo i bamboccioni fuori casa». Ma già allora il problema aveva una lunga storia.Sei anni prima, nel 2001, era uscito in Francia il film-commedia Tanguy, che descriveva le abitudini di un 28enne, ormai prossimo alla laurea ma fermamente determinato a procrastinare a tempo indeterminato la permanenza in famiglia. E ancora prima, molto prima, nel lontano 1988, Virna Lisi e Catherine Spaak avevano interpretato una brillante serie televisiva significativamente intitolata …E non se ne vogliono andare, che finiva con lui e lei (i genitori invasi da un esercito di figli, amici e amanti dei figli) che si salvano prendendo una romantica soffitta per ritrovare un minimo di privacy e intimità .Dunque il problema è vecchio. E che l'abbia risollevato il ministro Renato Brunetta con la proposta, chiaramente provocatoria, di una legge che obblighi le famiglie a mandare fuori casa i figli al compimento del 18esimo anno di età non può sorprendere più di tanto. Quel che però è forse cambiato, rispetto ad allora, è la gravità della posizione dell'Italia. Che non solo si ritrova con una quota spropositata di giovani ed ex giovani che «non se ne vogliono andare» (vedere il grafico), ma anche con un mercato del lavoro del tutto cambiato, specie dopo la grande crisi del 2007-2009.Caratteristica essenziale di tale mercato è che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro è a bassa o media qualificazione, a fronte di un'offerta di lavoro che aspira a posti a qualificazione alta o medio-alta. La conseguenza è che gli immigrati, che si accontentano di posti modesti, trovano ancora lavoro, mentre i giovani italiani, che aspirano a posti di rango più elevato, non trovandoli preferiscono restare sotto l'ala protettiva della famiglia di origine. Di qui la proliferazione dei Tanguy, o bamboccioni, che indignano Brunetta e non hanno alcuna intenzione di seguirne i consigli.Perché siamo arrivati a questo punto? In parte per le ragioni che ricorda il ministro, prima fra tutte l'ostinazione con cui tutti, politici, sindacalisti e grandi imprese, hanno difeso un mercato del lavoro e un sistema di relazioni industriali che iperprotegge i forti (impiegati pubblici e dipendenti delle grandi imprese) e dimentica i deboli, ossia donne, giovani, precari.Ma in parte anche per una ragione più basilare: il livello di qualificazione della nostra forza lavoro è bassissimo, sia nel senso che ci sono pochi laureati e diplomati, sia nel senso che il livello di preparazione dei nostri studenti è assai modesto, come i test Pisa da anni certificano. Questo deficit di capitale umano innesca un circolo vizioso: i giovani non trovano lavoro perché non accettano posti di basso livello, ma i posti di alto livello non si creano anche perché i giovani sono poco qualificati.E i giovani sono poco qualificati sia perché scuola e università hanno più o meno consapevolmente (e colpevolmente) abbassato gli standard, sia perché i giovani stessi e le loro famiglie hanno instaurato uno strano regime, in cui è possibile prolungare indefinitamente gli studi, laureandosi a qualsiasi età , e persino evitare sia il lavoro sia lo studio. Fra i molti tristi primati che l'Italia detiene c'è anche quello dei «giovani né né»: ragazzi che né lavorano né studiano, rinchiusi nella prigione dorata degli affetti familiari.(Tratto Da Panorama del 25.01.10)(L'immagine si trova all'indirizzo:http://gallery.panorama.it/gallery/ryanair/12890_la_campagna_dei_voli_ryanair_con_la_boutade_del_minisro_padoaschioppa_sui_bamboccioni.html)
- Intervista a Nassim Taleb
- Dall'autore del Cigno Nero un'interessante intervista sulla recente crisi economica, tratta dalla pagina di you tube dell' Istituto Bruno Leoni.Taleb si sofferma sulla evidente inadeguatezza delle misure prese per fronteggiare la crisi economica e......sul fatto che l'andamento dei mercati riflette poco la realtà del momento. Lega l'idea rivoluzionaria di un cambio epocale del sistema finanziario, al probabile prossimo cambio di governo in Gran Bretagna, che potrebbe vedere Cameron come Primo ministro.L'intervista è condivisibile in tutti i suoi punti essenziali e in particolare nelle affermazioni che viviamo in un contesto eccessivamente finanziarizzato, che le istituzioni finanziarie e le banche hanno una dimensione eccessiva e soprattutto che il prossimo futuro non potrà non essere nell' impegno importante verso la riduzione di un indebitamento sistemico nel quale il mondo si è cacciato.Un po' discutibile, ma degno di riflessione è il rimedio che Taleb propone per risolvere il poblema alla radice. Ovvero percorrere il sentiero di trasformare il debito in " equity", anziche proseguire nella trasformazione del debito privato in debito che gli Stati si tanno letteralmente accollando e che piano piano potrebbe diventare una "forca".MS
- Le dimensioni emotive come elemento strategico nella selezione del personale
- di Michele Natali Tutti i lavori si imparano, ci sono qualità invece che è difficile imparare sui banchi di scuola o di un corso di formazione professionale. Queste si chiamano: etica, comunicazione, lealtà , precisione, empatia e coerenza. E' possibile basare una selezione del personale che tenga conto di variabili così caratteristiche, come quelle summenzionate, nella scelta del candidato migliore? Noi di Sphera Group siamo convinti di sì. Selezionare il personale dando più importanza ad elementi di carattere comportamentale tenendo su un piano diverso le competenze tecniche è un metodo che si ispira al concetto di "intelligenza emotiva" introdotto dal consulente americano Daniel Goleman. Suddetto concetto consiste nel valutare alcune componenti fondamentali della sfera comportamentale quali ad esempio la stabilità , l'empatia, la tolleranza, sulle quali vanno ad innestarsi conoscenze e competenze di carattere tecnico; queste ultime si possono sempre imparare, altri tipi di capacità , invece, appartengono all'esperienza emotiva delle persone e per questo più determinanti.L'iter che noi di Sphera Group seguiamo, prevede l'incrocio di tre momenti strutturali quali:- lo screening dei c.v.- la somministrazione di un test a risposta multipla- il colloquio.In quest'ultima fase, la più importante, andiamo a verificare con domande specifiche i punti precisi che sono emersi dal test riguardo alla personalità del candidato, e soprattutto al suo modo di risolvere certi problemi, di ottenere determinati risultati, di muoversi alla ricerca del lavoro, ma anche di occupare e organizzare il suo tempo. Per questo viene accordata molta importanza a particolari capaci di illuminare aspetti importanti della personalità dei candidati, come la sinteticità di espressione e la pertinenza nelle risposte, in base al principio che "Chi è preciso nella comunicazione lo è anche nel lavoro".Il test mira, invece, ad indagare sulle due sfere personale e professionale, approfondendo aspetti quali i principi etici, il coinvolgimento e l'ambizione; esso permette di valutare punti di forza ed aree di miglioramento del candidato, caratteristiche che, poi, emergono una volta avvenuto il suo inserimento in azienda e che ci danno quindi la conferma dell'efficacia del metodo.L'obiettivo è sempre quello di trovare il candidato giusto per l'azienda cliente, anche andando oltre le specifiche richieste, ma valutando autonomamente la situazione dell'azienda e le sue reali esigenze. L'errore più comune che viene fatto dai selezionatori nelle aziende è quello di cercare persone in cui vedere riflesse proprie caratteristiche, in cui specchiarsi: niente di più sbagliato! Occorre con convinzione cercare e puntare alla complementarietà , trovare persone che ci completino nell'ottenimento di un risultato.C'è un aspetto che mi pare doveroso sottolineare perché importante e determinante; chi si trova di fronte alla scelta di selezionare un candidato per un'azienda valuta come estremamente importante la motivazione di questo candidato al lavoro. Nel senso che i soli motivi economici non sono sufficienti per fare di un lavoratore un buon collaboratore; occorre anche dimostrare passione, entusiasmo e voglia di fare.Ora, il candidato che si presenta ad un colloquio di selezione si deve proporre come la soluzione ai problemi dell'azienda. Se l'azienda cerca un profilo significa che in realtà ha un problema; il candidato deve sapersi presentare come la soluzione ad una carenza.Insomma deve essere in grado di rispondere alla domanda: " Qual è il valore aggiunto che penso di apportare a questa azienda?".A questo proposito mi sento di dare qualche suggerimento ai potenziali candidati e soprattutto alcuni elementi che possono sembrare solo dei dettagli, ma che in realtà sono importanti per un'accurata selezione:1) Ai colloqui è opportuno presentarsi con un minimo di decoro, qualunque sia la posizione alla quale ci si sta candidando;2) Fare colloqui di lavoro è esso stesso un lavoro; esercitatevi a sostenerne numerosi, aiuta a migliorare la comunicazione;3) Occorre essere tranquilli e rilassati e non cerchiamo di nascondere le nostre emozioni è importante essere se stessi;4) Evidenziamo i nostri punti di forza e cerchiamo di rispondere alle domande con precisione e pertinenza;5) Arriviamo al colloquio preparati: informiamoci sull'azienda presso la quale proponiamo la nostra candidatura;6) Leggiamo attentamente l'annuncio e cerchiamo di non confonderci con altri a cui abbiamo risposto mandando il curriculum;7) Poniamo meno vincoli possibili a chi ci sta selezionando (di orario, di disponibilità ) ovvero cerchiamo di essere la soluzione al problema e non il problema stesso.Ricordiamoci che chi sta selezionando ha un problema e cerca una soluzione: questa potreste essere Voi stessi.
- ""STO FACENDO IL LAVORO DI DIO". INCONTRO CON LA GOLDMAN SACHS,"LA PIÙ POTENTE E SEGRETA BANCA D'INVESTIMENTI AL MONDO
- DI JOHN ARLIDGEThe Sunday Times L'anonimo edificio color ruggine al numero 85 di Broad Street, nella parte bassa di Manhattan, non sembra un posto che valga la pena di fermarsi a guardare, ed è proprio quello che piace a coloro che ci lavorano. Gli uomini e le donne che in un piovoso mattino vi sbarcano nella tipica tenuta di Wall Street - abiti scuri, ventiquattrore e BlackBerrys -- sono molto riservati. Vanno rapidamente dalle Lincoln nere all'edifico attraversando praticamente il nulla: nessuna targa sulla facciata o indicazione nel vestibolo, nulla che permetta di collegare il sorvegliante armato all'esterno con l'attività svolta all'interno. C'è un buon motivo per tutta questa segretezza: il numero 85 di Broad Street, New York, NY 10004, è dove ci sono i soldi, tutti i soldi. È il miglior posto per produrre denaro che il capitalismo globale sia mai riuscito a immaginare e, dicono molti, è una forza politica più potente di qualsiasi governo. La gente che lavora oltre le porte vetrate fa più soldi di molti stati. I beni ammontano complessivamente a 1 trilione di dollari, le entrate annuali sono dell'ordine di decine di miliardi, i profitti, vari miliardi, vengono generosamente ridistribuiti all'interno.In quest'anno di crisi lo stipendio medio di ciascuno dei 30.000 dipendenti dovrebbe raggiungere la cifra record di 700.000 dollari, con picchi di varie decine di milioni (centinaia di migliaia di volte più di un inserviente della stessa impresa). E quando avranno finito di diventare "schifosamente ricchi a 40 anni", i funzionari non si ritroverebbero in brache di tela nemmeno se l'attività dovesse andare a carte quarantotto; verrebbero paracadutati in uno dei prestigiosi posti politici negli USA o all'estero, facendo nascere il sospetto che "governino il mondo". Il numero 85 di Broad Street è la sede della Goldman Sachs.La più famosa banca d'investimenti si nasconde dietro la piena di denaro che genera e fa piombare su Manhattan, sulla City di Londra su e buona parte delle altre capitali finanziarie in tutto il mondo. Ma adesso i maghi occulti dell'impero bancario sono obbligati a esporsi alla fredda luce del giorno. Pubblico, politici e stampa ritengono che la crisi creditizia sia la conseguenza delle spericolate attività di trading delle banche e in primo luogo della Goldman, quella di più successo tra le sopravvissute. Politici e commentatori fanno a gara per denunciare la Goldman con termini sempre più pesanti: "ladri tra i ladri", "vandali economici", "capitalisti di rapina". Vince Cable, portavoce del Lib Dem Treasury, confronta i recenti eccezionali risultati della banca (un profitto di 3,2 miliardi di dollari solo nel quarto trimestre) e i previsti bonus con la situazione lavorativa e le entrate della gente comune nel 2009.Negli USA la situazione è ancora peggiore. La rivista Rolling Stone ha pubblicato un articolo che descrive la Goldman come "un'enorme sanguisuga che succhia incessantemente sangue se solo sente odore di soldi". Nel suo ultimo documentario (Capitalism: A Love Story), Michael Moore si presenta al numero 85 di Broad Street con un furgone portavalori, tira fuori un sacco contrassegnato da un enorme dollaro, si volge verso l'edificio e urla: "Siamo qui per riprenderci i soldi dei cittadini americani!".Di colpo la reputazione della Goldman è diventata ancora più tossica degli swap e degli altri incomprensibili strumenti finanziari, e questo danneggia gravemente qualcosa che la banca considera al di sopra di tutto: gli affari. La Goldman, principale obiettivo della rabbia popolare e dei politici, e potenziale prima vittima di nuove regole draconiane, ha quindi deciso a malincuore che è arrivato il momento di parlare e combattere. Ed ecco perché, in una luminosa mattinata autunnale in cui tutto sembra possibile -- anche un invito a pranzo con i padroni dell'universo -- mi sono ritrovato a passare dinanzi alla guardia che aveva bloccato Michael Moore e ad entrare nell'edificio senza nome."Ah! Ci ha sorpreso a complottare in tempo reale", dice Lloyd Blankfein, staccandosi da un gruppo di alti dirigenti che stanno discutendo il suo viaggio a Washington del giorno precedente. Blankfein, 55 anni, presidente e CEO della Goldman, abito scuro e vivace cravatta di Hermès ornata con piccole biciclette rosse, e ha tra le mani un'enorme tazza di caffè. Forse è la caffeina, o forse la cravatta (un regalo d'anniversario di sua figlia), certo è che è in forma perfetta per uno che tutti sembrano odiare. "Qui è come un safari", scherza, "e lei è venuto a osservare gli animali".Blankfein potrebbe essere il Dio Sole di Wall Street, ma con l'attuale tempesta economica non ci tiene a farlo sapere, e qualsiasi segno di status symbol o, orrore!, ostentazione viene cancellato dalla sua vita, almeno pubblicamente. Prendiamo ad esempio il suo ufficio al 30° piano: le sedie sono le stesse di quando diventò CEO tra anni orsono, non c'è traccia dei tappeti tessuti a mano da 87.000 dollari o dei cestini per rifiuti da 5.000 dollari che fanno parte della tradizione di Wall Street, nessun segno di esuberanza irragionevole. Solo caffè, che arriva freddo. Il giusto tono per il lavoro in corso. Il grande mago di Wall Street si sta preparando per la più difficile vendita della sua vita: è qui per esaltare il buon vecchio capitalismo, le banche d'investimento, e la Goldman Sachs.Fortunatamente per lui, e per la sua impresa, è un venditore maledettamente in gamba. Comincia con un tono umile: si rende conto che "la gente ne ha le palle piene, è incavolata, da fuori da pazza" per il modo d'agire delle banche. La Goldman ha una parte di colpa per gli sconvolgimenti che hanno quasi distrutto il sistema finanziario mondiale: come molte altre banche ha prestato troppo denaro, per la prima volta in oltre dieci anni l'anno scorso ha registrato un trimestre in perdita e ha finito col prendere in prestito da Washington capitali bail-out. "Lo so che se mi spaccassi il collo la gente gioirebbe" aggiunge. Ma poi passa pian piano a difendere la funzione del sistema bancario moderno. "Svolgiamo una funzione fondamentale" sostiene, smettendola di autoflagellarsi. "Aiutiamo le aziende a raccogliere capitale e a crescere. E le aziende che crescono creano ricchezza, che a sua volta permette alla gente di trovare posti di lavoro, e questi generano a loro volta altra crescita e altra ricchezza. È un circolo virtuoso". Per rendere inattaccabile il suo punto di vista, fa un'affermazione sorprendente: "Svolgiamo una funzione sociale".Funzione sociale? Tutti quelli che hanno perso il lavoro o si sono visti decurtare gli stipendi, grazie alle banche che avevano rifilato loro ipoteche sospette e prospettato investimenti talmente complessi che nemmeno chi li vendeva sapeva di cosa si trattava, sarebbero ben contenti di spiegargli dove ficcarsi i suoi scopi sociali. Blankfein è un ottimo propagandista della creazione di ricchezza; ma della sua ricchezza. Non è il ricco rampollo che tesse elogi del capitalismo selvaggio dal suo ovattato nido d'aquila al 30° piano; nato nel duro quartiere del Bronx da un impiegato postale e una receptionist, fu il primo nella sua famiglia a frequentare le scuole superiori ed entrò ad Harvard grazie all'aiuto finanziario ricevuto.Anche se si è assegnato uno stipendio annuale superiore a quello che quasi tutti noi potremmo mai sperare di ricevere (68 milioni di dollari nel solo 2007, un record tra i CEO di Wall Street, e oltre 500 milioni di dollari in azioni della Goldman) continua a definirsi "un semplice lavoratore".Ma se parlassimo dei capi d'accusa? I banchieri hanno portato il mondo sull'orlo della bancarotta, e invece di fare l'unica cosa giusta, buttarsi dalla finestra, hanno implorato i governi per riuscire a succhiare i soldi dei contribuenti e farla franca. Ora, esattamente un anno dopo, si comportano come se non fosse accaduto nulla: giocano e vincono coi nostri risparmi. Nel secondo trimestre i profitti della Goldman hanno raggiunto la cifra record di 3,4 miliardi di dollari, in buona parte guadagnati negoziando azioni, valute e beni patrimoniali.La Goldman ha ricominciato a farlo per due buoni motivi: in primo luogo perché i mercati globali sono in netta ripresa (un recupero del 50% dai minimi toccati con la crisi creditizia, grazie ai nuovi capitali, in buona parte pubblici, immessi nei circuiti finanziari), e in secondo luogo perché -- con Lehman Brothers e Bear Stearns fuori gioco, Merrill Lynch una pallida ombra di se stessa, Citigroup e UBS senza la potenza di un tempo -- la banca ha ora messo le mani su una fetta più grande della torta. "Ce ne f*** dei concorrenti. Abbiamo di nuovo un bilancio florido e un gruzzolo più grande e ricco da spartirci"; è così che i banchieri della Goldman presentano la situazione. Non c'è da stupirsi se la banca sta accantonando oltre 20 miliardi di dollari da distribuire in stipendi e bonus.Giusto e lucrativo. Ma non sarà invece piuttosto ingiusto? La Goldman non sta per caso agendo come l'equivalente moderno dei pescecani di guerra, avvantaggiandosi della crisi globale e delle misure di emergenza dei governi per rastrellare milioni? Persino l'esperto finanziere George Soros sostiene che gli enormi profitti delle banche di Wall Street sono "regali mascherati" dello stato.Blankfein respinge l'insinuazione che la Goldman abbia avuto bisogni di capitali a fondo perduto e, per estensione, rifiuta l'idea che la società stia ora approfittando dell'aiuto pubblico. Certo, ha ricevuto 10 miliardi di dollari dal programma Tarp (Troubled Asset Relief Program) di Washington, ma ha già rimborsato la somma con un sostanzioso interesse del 23%. La Goldman ha inoltre tratto vantaggio dal salvataggio federale della grande assicuratrice statunitense AIG, con la quale aveva sottoscritto assicurazioni per 20 miliardi di dollari, ricevendo in cambio miliardi di dollari (forse 13) quando Washington ha trasferito 90 miliardi nelle casse del traballante gigante. Blankfein insiste nel dire che la Goldman era protetta dalle perdite dell'AIG nel miglior modo possibile, con fondi liquidi, e che in caso di fallimento dell'assicuratrice non ne avrebbe quindi sofferto; ma i critici dicono che se l'AIG fosse scomparsa dalla scena l'intero sistema finanziario sarebbe imploso, trascinando nel baratro anche la banca. Ma c'è di più; in piena crisi la FED ha infranto una tradizione vecchia di 80 anni e ha permesso alla Goldman di trasformarsi da banca d'investimenti in holding bancaria, e di ottenere quindi prestiti agli stessi bassi tassi d'interesse concessi alle banche commerciali. Blankfein afferma che la Goldman ha cambiato statuto non per problema di soldi ma perché, dopo il collasso della Bear Stearns e della Lehman, era evidente che il mercato non credeva più nella capacità dell'US Securities and Exchange Commission di regolamentare le banche d'investimento. Essere controllata dalla FED avrebbe aiutato a ristabilire la fiducia nell'intero sistema finanziario.Indipendentemente dalle vere ragioni alla base della decisione, nemmeno il più fanatico sostenitore della Goldman può negare che solo grazie all'aiuto pubblico esiste ancora un sistema finanziario in cui la banca può continuare a operare. Washington ha sostenuto l'economia e le banche statunitensi con oltre 12 trilioni di dollari. Veramente Blankfein non si rende conto che per quasi tutti noi è esasperante vedere la Goldman rastrellare tanto denaro mentre dobbiamo barcamenarci per arrivare a fine mese? Al contrario, insiste nel dire che dovremmo gioire per i successi della banca, non condannarli. "Francamente, tutti dovrebbero essere contenti" sostiene. Parla seriamente? Incredibile. I risultati della Goldman, argomenta, sono il segnale più chiaro di un nascente recupero economico che avvantaggerà non solo lui e la sua banca ma tutti noi "Il sistema finanziario ci ha trascinato nella crisi e adesso ce ne tirerà fuori".Blankfein si lancia in un'altra affermazione altrettanto audace. Dovremmo essere contenti che la Goldman abbia ricominciato a elargire compensi faraonici. La banca non deve rispettare il tetto massimo sui bonus deciso dal presidente Obama, perché ha rimborsato in liquido i fondi bail-out a suo tempo ricevuti; poter offrire i migliori stipendi per assumere e mantenere i migliori banchieri non affosserà il sistema ma anzi lo salverà . Uno stipendio legato ai risultati garantisce un'attività responsabile di alto livello: "Se guarda le nostre norme sui compensi, noterà che c'è sempre stata una la perfetta corrispondenza tra livello di compensi e risultati nel lungo periodo. Altri registravano perdite ma pagavano lo stesso bonus rilevanti; ora sono in parte scomparsi dal mercato, e si capisce perché".Molti non sono d'accordo, e ritengono che nell'attuale piatto panorama economico, i compensi faraonici non sono più necessari. Lucian Bebchuk, professore di legge, economia e finanza alla Harvard Law School, sostiene: "Attualmente per le banche è più facile evitare che i propri dipendenti vengano allettati da altre offerte. Ci sono opportunità meno interessanti che nel 2007".D'accordo, dimenticate, se ci riuscite, i fondi bail-out, i bonus, i capitali rapinati. Ma sicuramente Blankfein non può ignorare la tesi dell'editorialista David Hare. Nel suo scritto più recente, Hare considera una forma di "ricatto" sostenere che non c'è recupero possibile se non lasciamo ai banchieri la libertà di continuare ad agire come hanno sempre fatto e a premiarsi con somme illimitate. È quello che sostennero i minatori negli anni '70, solo che questa volta al posto della National Unio n of Mineworkers ci sono la City e Wall Street. Blankfein non ha tempo da perdere con discorsi di questo tipo: i banchieri non sono minatori. "Ho questo da dirvi" sibila mentre gli occhi si riducono a una fessura "se crolla il sistema finanziario crolla anche la nostra attività , e, mi creda, in tal caso crollerà anche la sua attività e quella di qualsiasi altro cittadino".Come un paziente che è uscito dal coma, per Blankfein la crisi creditizia è servita solo a rinforzare la sua passione per far soldi. Parlare con lui è come parlare con qualcuno nelle cui vene scorrono dollari, non sangue; crede fermamente di essere bravo in quel che fa e che quel che fa è intrinsecamente buono. Ed ha i suoi sostenitori: nella lista New Establishment 2009, Vanity Fair gli ha assegnato l'ambito primo posto, dinanzi a figure come Steve Jobs, alla guida di Apple, o Sergey Brin e Larry Page, i fondatori di Google. Altri, ad esempio l'editorialista del New York Times Andrew Ross Sorkin, sostengono che il pubblico non può "avere tutto e il contrario di tutto"; nel pieno della crisi dell'ultimo anno, ricorda Sorkin "molti incrociarono le dita e si augurarono che la Goldman e i sopravvissuti di Wall Street venissero salvati per arrestare la caduta, e adesso che le banche sono finalmente di nuovo in grado di funzionare normalmente le vorrebbero di nuovo nella polvere".Che siate o meno d'accordo, un fatto è certo: "la tenace G" sembra avere in mano le carte vincenti nei momenti buoni ma anche, lo abbiamo visto in tempi recenti, in quelli cattivi". Rimane solo una semplicissima domanda: come fa? Qual'è la sua ricetta segreta? Per cercare di trovare la risposta dovete lasciare l'ufficio di Blankfein e scendere al 17° piano. Strada facendo potrete ascoltare i banchieri d'investimento, i trader, gli strateghi e i quantisti (i cervelloni matematici che creano fantastiche formule) che parlano di "tassi d'interesse degli swap", "default no credit", "opzioni exotic e vanilla", "differenziali lettera/denaro", "bund", "bobl" e Dio solo sa cosa ancora. Quando passate dinanzi all'85 di Broad Street non potete naturalmente vedere i soldi fluttuare, ma potete sentirli spostarsi giorno e notte tra banca centrale, banche commerciali e d'investimento, grandi aziende, oligarchi sovietici, operatori mediorientali e sceicchi, petrolieri texani e anonimi milionari nelle Bermuda e nelle isole Cayman.In un ufficio con una macchia d'inchiostro sul tappeto, lavora Liz Beshel, il primo ingrediente fondamentale della mistura segreta della Goldman. La banca assume solo il meglio in assoluto, e non ce ne sono molte come Beshel. Madre nubile di 40 anni, parla a una tale velocità e con una tale conoscenza dei segreti dei mercati finanziari che in pratica ci vuole una laurea della Harvard Business School per seguire il filo del suo discorso. Reclutata dalla Goldman quando era ancora all'università , si organizzò per prepararsi a un MBA della Columbia University di New York "nei fine settimana". Proprio come voi. Avanzò rapidamente nella gerarchia della banca d'investimenti e divenne il più giovane tesoriere generale nella storia della banca. Oggi sorveglia ogni sterlina investita dalla banca, ogni yen prestato, ogni dollaro che entra o esce dal bilancio; almeno un trilione di dollari al giorno. Quanti soldi possiede la banca in questo momento? chiedo. "164,2 miliardi di liquido o equivalente", risponde senza fermarsi un solo istante a tirare il fiato.È proprio grazie a persone come Beshel che la Goldman Sachs non solo dispone di un così grosso capitale ma è anche capace di sfruttarlo. Ogni giorno lo staff soppesa attentamente i beni della banca, fino all'ultimo centesimo, ed esamina con rigore clinico perdite e profitti. La banca è così in condizione d'individuare, con chiarezza e rapidità , le tendenze dei mercati, e, afferma, di gestire i rischi meglio di quanto possono fare quasi tutti gli altri istituti di credito. "Riteniamo che le nostre decisioni sono le migliori" sostiene Beshel, e ci sono prove a favore di questa affermazione. Prendiamo, ad esempio il settore dei subprime, la bomba creditizia tossica che ha dato il via alla crisi economica. Un anno prima che gli avventati prestiti immobiliari distruggessero Lehman e Bear Stearns, costringessero a un matrimonio di convenienza tra Merrill Lynch e Bank of America e tra HBOS e Lloyds, e trasformassero la Royal Bank of Scotland in una barzelletta, le valutazioni quotidiane della Goldman avevano evidenziato sofferenze modeste e per non più di una settimana. Nella maggior parte delle banche le perdite sarebbero passate sotto silenzio o sarebbero state considerate un incidente di percorso; invece la Goldman organizzò una riunione degli alti vertici per cercare di capire cosa stava succedendo. Anche se i mercati immobiliare e creditizio erano ancora in piena effervescenza, la banca non apprezzò la situazione e cominciò a ridurre le esposizioni. Quando esplose la crisi creditizia le sue perdite nel settore dei mutui ammontarono a soli 1,7 miliardi di dollari, meno di qualsiasi altra grande banca d'investimenti (la UBS perse 58 miliardi di dollari).Essere più furbi della maggior parte dei banchieri è una cosa, ma per lavorare alla Goldman bisogna lavorare ancora più duramente. Chiedetelo a Sarah Smith, una cinquantenne ex studentessa della Bromley (Kent) che lasciò il Regno Unito per diventare capo contabile. "È la cultura del tempo pieno" sostiene "Quando c'è bisogno di voi, dovete essere disponibile. E se quando c'è bisogno di voi non rispondete al telefono, non ci sarà più bisogno di voi per molto ancora".L'anno scorso Smith, il cui ufficio è a un tiro di schioppo dall'Embassy Suites, l'albergo dove lo staff della Goldman va a riposare per qualche ora dopo aver lavorato fino al punto da cominciare a dormire in piedi, ha preso solo pochissimi giorni di congedo. Quanti giorni di vacanza può prendere ogni anno? " Non lo so. Nessuno in realtà lo sa perché nessuno li può sfruttare tutti".La brutale etica lavorativa consente alla Goldman di essere in vantaggio al momento di accaparrarsi i clienti migliori, e con più soldi. Un esperto dirigente della banca spiega "Sin dall'inizio venite programmati a rendere più degli altri, a vedere più gente: clienti o partner dei diversi fondi". Lo staff viene inoltre addestrato a un severo "lavaggio di cervello" dei clienti e dei contatti. "Chiedete quale è stato il loro migliore affare e come vedono il mercato, dice uno "offrite in cambio qualcosa, ma ottenete sempre di più in cambio. Poi diffondete l'informazione tra i colleghi che si mettono al lavoro per sfruttare l'informazione e fare soldi". Altre banche non dispongono di queste buone informazione, e se i singoli banchieri le hanno tendono a non condividerle, perché le considerano una potente arma da usare a proprio esclusivo vantaggio. "La Goldman non lavora in questo modo" continua il dirigente "Domina uno spirito di corpo". O come preferisce dire un banchiere rivale "Sono una furba banda di teppisti".Dane Holmes - 39 anni, 185 centimetri, 130 chili, ex giocatore di basket-ball -- è il responsabile dei rapporti con gl'investitori. Da l'impressione di poter travolgere chiunque si trovi sulla sua strada -- e persino un solido muro! Ma sostiene: "Non è così che lavora la Goldman. Agendo da solo potrete avere uno splendido futuro come banchiere, ma non qui. Il sistema elimina coloro che non sono capaci di operare in gruppo".Quando la Goldman persegue un obiettivo, tutti i componenti del team hanno la loro parte da svolgere. Prendete quest'articolo. Quando la banca ha accettato l'intervista non è stato facile trovare un alto dirigente da intervistare. Michael Sherwood, 44 anni, corresponsabile europeo, è rientrato, via Mosca, dalla riunione del FMI a Instabul al quartier generale di Londra per un'intervista di 40 minuti, prima di ripartire per incontrare alcuni clienti del Golfo.L'idea del lavoro in gruppo arriva in alto. La Goldman non è un partner privato (è diventato pubblico una decina di anni orsono) ma i capi lavorano duro per far passare un approccio familiare "ci siamo dentro anche noi". Altri dicono che sembra piuttosto un culto, ma viene considerato un complimento. Alcune procedure sono perfettamente logiche. I bonus, ad esempio, non sono legati alle prestazioni personali, come in molte altre banche, ma a quelle della banca nel suo insieme, e i partner ricevono a una buona percentuale delle remunerazioni in azioni che possono vendere solo quando lasciano la Goldman. Viene così eliminata quella che Dina Powell, la trentaseienne d'origine egiziana a capo del ramo filantropico della Goldman, chiama gli "stronzi egomaniaci" che potrebbero essere tentati dall'idea di operare allo scoperto nella speranza di ottenere bonus più elevati.Altre procedure sono inquietanti. Lo staff è costretto ad ascoltare la posta vocale protetta mattino, mezzogiorno e sera per gli ultimi consigli di Blankfein e Eileen Dillon, il quarantottenne ufficialmente responsabile delle operazioni dell'ufficio operativo ma ufficiosamente consigliere. La Goldman è la maggior utilizzatrice di posta vocale al mondo e le informazioni vanno dalle ultime cifre su perdite e profitti al rapporto su quello che i responsabili operativi dei principali clienti hanno detto a Blankfein e ai suoi collaboratori a colazione, o a istruzioni tipo "in nome del cielo, staccate tutto in vacanza".Cosa spinge persone tanto brillanti da poter fare qualsiasi cosa vogliano a lavorare giorno e notte per la banca? Il denaro, naturalmente. Non a caso la Goldman Sachs è soprannominata "Goldmine Sachs" (la miniera d'oro Sachs). C'è tanta ricchezza in giro che in un anno normale un buon partner di una banca d'investimenti ricava sui 3,5 milioni di dollari, un buon trader tra i 7 e i 10 milioni, e un membro del comitato di gestione tra i 15 e i 25 milioni. Nel 2008, 953 dipendenti hanno ottenuto bonus di almeno 1 milione di dollari. Blankfein ha un bel dire che è ancora un semplice lavoratore, ma possiede un appartamento da 30 milioni di dollari in Central Park West e una villetta di 600 metri quadrati a Hamptons, il ritrovo estivo dell'elite di New York. Un ex banchiere della Goldman descrive la cultura d'impresa "totalmente ossessionata dal denaro. Ero come un asino dinanzi al quale veniva fatta ondeggiare la più grossa e appetitosa carota che si possa immaginare. I soldi sono il parametro per misurare il vostro successo, e c'è sempre spazio per accumularne ancora di più: se non state pensando a una casa più grande o a una barca più lunga state rimanendo indietro. È come una droga". Droga è la parola che usa anche Sherwood, che sa di cosa parla: è al suo secondo super yacht dal costo di vari milioni di sterline. "Mi piacciono le barche" ci dice. Non i velieri, le barche. È il suo modo per mettersi sulla stessa lunghezza d'onda di Sir Philip Green, un amico miliardario che trascorre parte dell'anno sul Lionheart, uno yacht di 60 metri e dal valore di 32 milioni di sterline, ancorato nella baia di Monaco. "Quante barche ho comprato?" dice Sherwood "Non è il momento migliore per rispondere".Ma esiste anche un'altra potente molla: il dubbio. Può darsi che all'85 di Broad Street domini l'arroganza, e in privato Blankfein ama scherzare (ma non poi tanto) sul fatto che "ha raggiunto la perfezione". Ma al di là di queste bravate lo staff della Goldman s'interroga costantemente sulle proprie capacità . "C'è una profonda e continua paranoia in tutto quello che facciamo" dice Sherwood. Ed è vero per i risultati dei singoli ma anche per le prospettive della banca nel suo assieme.L'insicurezza è profondamente radicata nel sistema, e la percepite prima ancora di essere assunti. La maggior parte dei candidati viene intervistata almeno 20 volte, e in alcuni casi anche 30, prima di ricevere un'offerta. Una volta assunto ciascun membro dello staff viene ininterrottamente e costantemente sorvegliato dai suoi colleghi. C'è un metro di giudizio per ogni aspetto delle prestazioni ottenute, e tutti vengono misurati nel contesto della propria divisione e della struttura globale. Ogni anno la divisione Human Capital Management (si noti il termine Capital; alla Goldman la gente è denaro) posiziona ciascun dipendente in uno dei quattro quartili. Quelli più in alto vengono doviziosamente premiati. Ma cosa ne è di quelli più in basso? Chi li prende in considerazione? Non saranno in circolazione ancora per molto: si è dentro o si è fuori. "Ogni anno licenziamo il 3-5% del personale (all'incirca 1.500 persone) al livello più basso" dice Richard Gnodde, 49 anni, corresponsabile delle operazioni in Europa, basato a Londra.Prendere gente del livello superiore, farla sentire come appartenente al livello inferiore e infilarla in un gruppo che lavora spasmodicamente ogni santa ora che Dio -- pardon, Goldman -- ci concede, è importante, non c'è dubbio. Ma non è l'asso nella manica della banca. L'asso nella manica è la sua straordinaria capacità di gestire una rete, la più grande rete di talenti al mondo. A differenza di altre banche, i più capaci vengono incoraggiati a darsi da fare, rastrellare tutti i soldi di cui potranno avere bisogno in futuro e poi andarsene per "lavorare bene". La permanenza media dei partner è di otto anni. "Non vi fate certo assumere per arrivare alla pensione" dice un dipendente "Avete la vostra opportunità per arricchirvi e poi per togliervi dai piedi". Ma "lavorare bene" non significa gestire un ospedale a Kinshasa per lottare contro l'aids; significa occupare i posti più importanti nelle istituzioni finanziarie, le banche centrali e le borse di tutto il mondo. L'elenco di ex dirigenti della Goldman che hanno occupato posti chiave nell'amministrazione statunitense e negl'istituti più importanti di New York e di Washington lascia a bocca aperta: Robert Rubin (segretario del tesoro all'epoca di Clinton), Hank Paulson (segretario del tesoro all'epoca di George Bush), William Dudley e Stephen Friedman (attuale presidente ed ex direttore generale della New York Federal Reserve), Mark Patterson (capo dello staff del segretario del tesoro Timothy Geithner), Joshua Bolten (capo dello staff all'epoca del presidente Bush), Robert Hormats (consigliere economico del segretario di stato Hillary Clinton), Gary Gensler (direttore dell'US Commodity Futures Trading Commission), Reuben Jeffery /sottosgretario di stato per gli affari economici e agricoli all'epoca di Bush), John Thain e Duncan Niederauer (il precedente e l'attuale capo della New York Stock Exchange), Adam Storch (capo operativo alla Securities and Exchange Commission). Inoltre Michael Paese, il nuovo responsabile della lobby della Goldman a Washington, ha lavorato per Barney Frank, il congressista che presiede l'House Financial Services Committee. Per vedere le cose nella giusta luce, immaginate cose succederebbe se il cancelliere Alistair Darling e i suoi principali consiglieri Mervyn King (governatore della Bank of England), Xavier Rolet (capo della London Stock Exchange) e Hector Sants ( capo della Financial Services Authority) avessero lavorato nella stessa banca prima di entrare nel governo. Non c'è da stupirsi se uno dei soprannomi della Goldman è "Government Sachs".I critici dicono che avere amici ben piazzati fornisce alla banca la forza vitale. I funzionari governativi che occupano posti chiave, sostengono, discutono privatamente le politiche messe in atto più con la Goldman che con le altre banche. Nel suo nuovo libro "Too Big to Fail", Andrew Ross Sorkin descrive una riunione. Al momento di passare dalla banca al ministero del tesoro statunitense, Paulson, il predecessore di Blankfein, si era impegnato a non discutere con la Goldman, ma a giugno dello scorso anno si era trovato a Mosca mentre il consiglio di direzione della Goldman era a pranzo con Mikhail Gorbachev. Dato che si trattava di un "evento sociale" i legali del ministero autorizzarono Paulson a incontrare i suoi vecchi colleghi, che vennero gratificati con racconti sulla sua permanenza al ministero e con previsioni sull'economia globale. Il consiglio della Goldman gli chiese cosa ne pensasse della possibilità che un'altra banca fallisse, come la Bear Stearns. Documenti resi pubblici recentemente dimostrano che pochi mesi più tardi, quando, nel momento culminante della crisi, quando Paulson stava lavorando al salvataggio dell'AIG, il nome di Blankfein appare 24 volte in 6 giorni sul listato delle chiamate telefoniche di Paulson. Le grandi banche, inclusa la Goldman, che possedevano contratti assicurativi con l'AIG vennero rimborsate interamente, invece che con 60 cents a dollaro come avevano chiesto insistentemente i negoziatori dell'AIG, lasciando intravedere la possibilità di un "accordo amichevole" tra Paulson e Blankfein.La Goldman respinge con forza l'idea che la presenza di tanti ex dipendenti nei posti chiave del mondo politico le permetta di ricevere un trattamento di favore. "Sono persone di estrema integrità " afferma Sherwood, ma la riunione di Mosca e le trattative sull'AIG permettono di dubitarne, per dirla in modo gentile.Più tempo passate all'85 di Broad Street più vi convincete che la Goldman sta sfruttando al meglio la globalizzazione. Nei settori finanziario e governativo, dispone degli esperti migliori, più aperti e più impegnati nel loro lavoro. Lo ammettono anche i critici, secondo i quali, però, i ben oleati ingranaggi permettono loro di ottenere molto più del semplice successo, cosa della quale la banca è poco propensa a parlare. Anche se sanno gestire bene i rischi e sono capaci di uscire dai mercati al momento giusto, i maghi della banca hanno la loro buona parte di colpa nel gonfiare le bolle speculative - dot.com, azioni, immobiliare -- e, continuano i critici, hanno contribuito ad aumentarle con offerte azionarie ai grossi clienti e con la commercializzazione di obbligazioni e azioni prima di fare marcia indietro.I detrattori accusano inoltre le divisioni negoziazione e investimenti di "giocare sulle due sponde" del mercato. La Goldman negozia titoli per le grandi aziende e per i fondi pensione. Opera inoltre come consulente per molte società di cui negozia i titoli. Ciò significa che sa perfettamente quello che stanno facendo sul mercato. Diciamo che un investitore contatta la Goldman e che vuole comprare nel mercato petrolifero: la banca può fornire una previsione accurata di cosa probabilmente succederà , perché sa cosa le aziende del settore sue clienti stanno facendo, proprio in base ai consigli da lei forniti, e quali altri grandi investitori stanno operando. E questo significa anche che la banca può condurre al meglio le sue stesse operazioni petrolifere. I critici paragona la situazione a un grande casinò, nel quale la casa conosce tutte le mani di ogni tavolo e usa l'informazione per arricchirsi a spese di tutti i giocatori. La Goldman respinge le accuse di "capitalismo da roulette": quante più informazioni sono nelle sue mani, sostiene, tanto meglio può consigliare le società clienti e tanto meglio può far coincidere le esigenze di compratori e venditori, ottenendo i migliori prezzi del mercato. E nega con forza l'accusa di profittare delle informazioni o di agire in maniera eticamente scorretta. Una insuperabile barriera tra trader e consulenti impedisce qualsiasi conflitto d'interessi. Le regole sono talmente severe che se un banchiere della divisione investimenti tentasse di usare il suo pass elettronico per entrare in uno dei piani della divisione trading, non solo si vedrebbe rifiutare l'accesso ma verrebbe convocato per fornire spiegazioni.Quale che sia la formula usata, una cosa è sicura: la Goldman ha evitato la bolla creditizia e sta venendo fuori dalla crisi più forte che mai. Le spoglie al vincitore. Ma molti non sono convinti che una Goldman più forte e più furba sia necessariamente un bene. Vince Cable mette in guardia: "Se c'è qualcosa che abbiamo imparato è che le banche dispongono di un potere eccessivo sui consumatori e i governi. La Goldman Sachs non è mai stata così potente, e questo dovrebbe allarmarci".I leader mondiali e i responsabili finanziari stanno cercando di mettere a punto piani per limitare la libertà d'azione di banche come la Goldman e di definire un tetto per gli stipendi pagati ai dipendenti. Non crederete certo che si tratti di una battaglia a gusto di Blankfein, con la sua incrollabile fiducia nella purezza ed efficienza del mercato libero. Ma la cosa divertente è che la sta combattendo, perché pensa che renderà l'attività delle banche più sicura e permetterà alla Goldman di guadagnare ancora di più in futuro."Gli orientamenti governativi elaborati fino ad oggi vanno nella giusta direzione" sostiene. Pagare il personale in base alle prestazioni e dare come bonus azioni vincolate e liquidi per garantire il successo a lungo termine è "auspicabile ed è qualcosa che già facciamo". "Ingordigia, ma a lungo termine"; è così che i responsabili dell'istituto descrivono le politiche d'investimento e pagamento. Blankfein sostiene le proposte per garantire una migliore capitalizzazione delle banche. "Se prima non capivamo i limiti di un capitalismo scatenato, adesso invece ne siamo coscienti. Ogni proposta per rendere il sistema migliore e più sicuro è benvenuta". Avrebbe potuto aggiungere: solo, non imponete tasse sui guadagni.Per Blankfein, alla fine, tutto si riduce a una cosa: trovare la migliore, più veloce e più sicura maniera di guadagnare soldi, poi aggiungerci altri soldi, e condire il tutto con altri soldi. Non è interessato a un'analisi della realtà ma solo a sostanziose entrate per i suoi clienti, la sua banca, il suo personale, i suoi azionisti, e in ultima analisi, pensa, per noi. La sua quasi religiosa devozione per il dogma finanziario si è esternata in una secca dichiarazione proprio quando stavo per uscire da quell'edificio anonimo e ritrovarmi immerso nel tramonto autunnale. Prima di andarmene gli ho fatto una domanda per rispondere alla quale, in questo tempi agitati, tutti, dal tipo in strada che vende panini al chili per 99 centesimi al fantamiliardario re di Wall Street che lavora 30 piani più su, si sarebbero fermati un attimo a riflettere, per poi magari fornire una risposta equivoca: è possibile accumulare troppi soldi?"È possibile essere troppo ambiziosi? È possibile avere troppo successo?" sibila Blankfein "Non voglio che quelli che lavorano in questa banca pensino di aver fatto tutto quello che era in loro potere e se ne vadano in vacanza. Devo proteggere gl'interessi degli azionisti, e ovviamente della Goldman: non voglio quindi porre un limite alla loro ambizione, e mi risulta difficile pensare a un limite per i loro guadagni".Allora, affari come sempre, senza preoccuparsi della rabbia della maggior parte della gente? Goldman Sachs, pilastro del libero mercato, creatore di supercittadini, oggetto d'invidia e timori, continuerà a diventare più ricca di Dio? Un rapido ghigno sulla faccia di Blankfein. Definitelo una persona ricca e facoltosa che si burla della gente. Definitelo un perfido. Definitelo come volete. Ma è solo, ci dice, un banchiere che "sta facendo il lavoro di Dio".Come accumulano i loro soldiPuò darsi che il nome Goldman Sachs non significhi gran cosa per voi. Ma se intrattenete rapporti bancari con la HSBC, usate il gas per cucinare, comprate via Ocado, guardate Grande Fratello, comprate i vostri capi di abbigliamento da Gap, usate un sistema di navigazione satellitare TomTom, o più semplicemente assaporate un panino al formaggio, allora la Goldman fa parte della vostra vita.La struttura, composta da tre divisioni, è una banca d'investimenti che raccoglie capitali per i clienti e qualche volta investe fondi propri. Nel Regno Unito ha raccolto capitali per la HSBC, Centrica (proprietaria di British Gas), e Ocado, il sito della Waitrose per la vendita online di prodotti alimentari, con un giro di affari annuo di oltre 400 milioni di sterline.Ha aiutato a finanziare la Endemol, la società che ha creato il grande Fratello, ed è il più importante investitore individuale di Eurotunnel. Si è occupato di struttura azionaria per la TomTom e J Crew. È la banca di Gap. Ha ristrutturato Premier Foods, uno dei cui rami è la fabbrica di sottaceti Branston. La Goldman è anche una trading house; commercia materie prime (ad esempio petrolio e oro), azioni e debiti societari. La terza divisione si occupa di gestione patrimoniale. Gestisce beni per conto dei fondi di pensione, le società di assicurazione e di patrimoni individuali. Guadagna caricando pesanti spese (di solito il 2-4%) alle aziende e ai clienti che assessora e di cui gestisce i patrimoni, o negoziando coi fondi propri, attività tradizionale sin dagli inizi.La banca venne fondata a New York nel 1869 da Marcus Goldman, un ebreo immigrato dalla Bavaria, cui si associò più tardi il genero Samuel Sachs. Esclusa dal chiuso mondo protestante dei trader di azioni e obbligazioni, la Goldman si scavò una proficua, anche se poco esaltante, nicchia comprando e vendendo titoli di credito a breve. Alla fine del secolo, guidava il mercato dell'offerta primaria di azioni, compiendo i primi passi sul mercato azionario di aziende blue-chip come la Sears e la Ford.Avendo dovuto cominciare al di fuori del rassicurante mondo di Wall Street, la Goldman assunse le persone più furbe e attive che le fu possibile trovare, capaci di sfruttare le trappole del mercato, sottrarre affari ai rivali e guadagnarsi l'appoggio di amici ben piazzati. Sotto la guida di Sidney Weinberg, responsabile esecutivo dal 1930 al 1969, la banca trasformò i migliori laureati in un gruppo ad-hoc capace di lavorare 24 ore al giorno per i clienti.Superlavoro, superstipendi, supertuttoLa Goldman Sachs sarà pure una banca di Wall Street, ma il suo ruolo e la sua influenza a Londra sono notevoli. Nell'ufficio di Fleet Street, composto dalle antiche sedi di due giornali poi unificate, lavorano circa 5.500 persone. I trader siedono dove una volta le presse stampavano The Daily and Sunday Telegraph e The Daily and Sunday Express. È la banca della City coi maggiori utili: dal 2000 al 2008 i profitti per dipendente si sono aggirati sulle 181.000 sterline all'anno, e quest'anno lo stipendio medio dovrebbe arrivare alle 458.000 sterline. È uno dei principali contribuenti della City.Quest'anno il cancelliere Alistair Darling si aspetta d'incassare oltre 2 miliardi di sterline in tasse societarie, IVA e imposte.Lo staff gode di generosi benefici. L'azienda ha un apposito responsabile per essere sicura che gli ospiti possano mangiare e bere coi partner della Goldman in perfetto stile e al riparo da occhi indiscreti. C'è una sala di ginnastica, un'infermeria e un asilo. Ogni dipendente riceve d'ufficio un'assicurazione sanitaria e può prendere un tassì ogni volta che lo considera opportuno. La notte un serpente di tassì in attesa si snoda fin sul retro dell'edificio.L'ufficio londinese è gestito da Michael Sherwood (sopra) e Richard Gnodde. Sherwood, conosciuto come Woody, è il duro. L'ex trader sembra volersi rifare come modello al suo buon amico, il miliardario Sir Philip Green. Parla rapidamente e senza perifrasi.Come per Sir Philip, il suo sfacciato modo di condurre affari permette di dare il meglio. Nel 2006 la British Airports Authority chiese alla Goldman di studiare il modo migliore per respingere un'offerta di acquisto ostile di Ferrovial, il gigante spagnolo della costruzione. La Goldman, il cui team includeva Sherwood, rispose che una tattica avrebbe potuto essere quelle di vendere la BAA alla stessa Goldman. La proposta indignò la BAA e spinse Hank Paulson, all'epoca CEO della Goldman, a mandare un severo messaggio che censurava i responsabili coinvolti. La lettera divenne nota come "the spank from Hank".Al contrario Gnodde è un banchiere d'investimento soave. Sembra come se venisse fuori da un catalogo d'abbigliamento per uomo degli anni '70. Rappresenta il guanto di velluto (o dovremmo dire cashmere?) che ricopre il pugno di ferro di Woody. È conosciuto per aver consigliato il signore dell'acciaio indiano Lakshmi Mittal nella sua offerta da 17 miliardi di sterline per l'acquisizione del produttore europeo Arcelor.Sherwood e Gnodde sono consigliati da eminenze grige, ad esempio Lord (Brian) Griffiths, a suo tempo consigliere speciale di Margaret Thatcher e responsabile dell'unità politica del primo ministro dal 1985 al 1990 e antico direttore della Bank of England. Si tratta di uno dei consiglieri internazionali della banca, ma opera anche da consigliere spirituale. "Una volta venne da me un dipendente; pensavo che volesse parlarmi della sua carriera, ma in realtà era venuto a discutere l'etica bancaria. Fu una lunga conversazione", ricorda Griffiths.Cristiano impegnato e sostenitore del Lambeth Fund dell'arcivescovo di Canterbury, Griffiths è un utile strumento di pubbliche relazioni. È stato lui, ad esempio, a parlare il mese scorso in difesa dei superbonus. "Se dicessimo che non ci saranno superbonus, o bonus dello stesso livello degli anni scorsi, un sacco di aziende della City sposterebbero le loro operazioni in Svizzera o in Medio oriente", ha proclamato nella St Paul's Cathedral.Ogni anno, nel periodo dei bonus, Sherwood e Gnodde invitano lo staff a mantenere un profilo basso e a non ostentare la loro opulenza. Quasi tutti lo fanno e investono i loro milioni in beni immobili, soprattutto in zone esclusive di Kensington, Regent's Park, Fulham, Notting Hill Gate, Chelsea, Highgate e Hampstead. Per molti anni un partner, Julian Metherell, se ne è andato allegramente in giro in una scassata Nissan Sunny rossa.Ma non tutti i pezzi grossi della Goldman riescono ad evitare la luce dei riflettori. Un intramontabile racconto degli anni d'oro racconta che tre dirigenti londinesi, (Scott Mead, Jennifer Moses e suo marito, Ron Beller) avevano una tale liquidità da non rendersi conto che un assistente, Joyti De-Laurey, aveva alleggerito i loro conti correnti di oltre 4 milioni di sterline.I pezzi grossi della Goldman mandano i ragazzi alle stesse scuole private, e se non amano quella nella loro zona, ne creano una. Mead è stato il cofondatore di una scuola preparatoria a Notting Hill, con 200 studenti tra i 4 e i 14 anni. Anche le mogli dei funzionari della Goldman Sachs adottano un profilo basso e si dedicano alle opere di carità .Come negli USA, la banca è in stretto contatto col governo. L'ex capo economista e partner, Gavyn Davies, è spostato con Sue Nye, consigliere speciale di Gordon Brown. Ai tempi di Tony Blair, Davies divenne direttore della BBC. Il suo successore alla Goldman come capo economista, David Walton, aveva un posto nel Monetary Policy Committee della Bank of England. Paul Deighton, che dirige il comitato organizzatore dei giochi olimpici di Londra, era capo operazioni della Goldman.La Goldman è un consulente bancario fondamentale del governo. L'anno scorso Brown affidò alla banca la consulenza per la vendita della Northern Rock.Amici nei posti chiave. La rete politica della GoldmanSegretari del tesoro statunitense, capi del New York Stock Exchange, consulenti della Casa Bianca e di Downing Street: chiunque abbiate in mente ha lavorato per la Goldman Sachs. Ecco solo alcuni degli alti papaveri della banca che hanno le mani in pasta nella politica mondialeSue Nye/Gordon BrownConsigliere speciale di Gordon Brown, Nye è sposata con Gavyn Davies, l'ex capo economista e partner della Goldman. All'epoca di Tony Blair, Davies divenne presidente della BBC, carica dalla quale rassegnò le dimissioni nel 2004, dopo il rapporto Hutton.Robert Rubin/Bill ClintonRubin ha passato 26 anni alla Goldman prima di entrare nell'amministrazione Clinton come consigliere economico. Ha lavorato come segretario al tesoro per quattro anni dal 1995, e continua ad essere consigliere del presidente Barack ObamaHank Paulson/George BushPaulson è stato CEO della Goldman prima di divenire segretario al tesoro USA. Nel momento culminante della crisi creditizia, quando Paulson stava lavorando al salvataggio dell'AIG, il nome di Blankfein appare 24 volte in 6 giorni sul listato delle chiamate telefoniche di Paulson.Larry Summers/Barack ObamaSummers, consigliere economico di Obama, non ha mai lavorato direttamente per la Goldman, ma ha fatto parte del governo Clinton alle dipendenze del suo mentore, Robert Rubin. La Goldman pagò 135.000 a Summers per partecipare a una conferenza di un giorno nel 2008, prima dell'avvento di Obama.Sachs nella CityMichael Sherwood: vice presidente e corresponsabile esecutivo della Goldman Sachs International. Conosciuto come Woody, è noto per le sue capacità di trader. Nel 2008 il suo salario di base è stato di 415.000 sterline.In un anno favorevole può ragionevolmente attendersi che i bonus facciano lievitare la somma a un totale di circa 6.000.000 di sterline. È uno dei due boss della sede di Londra.Richard Gnodde: corresponsabile esecutivo della Goldman Sachs International. Nel 2008 il suo salario è stato di 1,3 milioni di sterline, probabilmente in parte sotto forma di bonus. Si ritiene che nel 2007 sia stato il direttore più pagato a Londra, con un totale di 11,7 milioni di sterline. L'altro anno lo stipendio ha subito una riduzione del 90%.Matthew Westerman: responsabile globale dei mercati dei capitali. Nel 2009 i bonus dovrebbero permettergli di mettersi in tasca oltre 5 milioni di sterline. Ex banchiere della Rothschild, ha fatto le sue prove negli anni '30 con le fluttuazioni dei mercati azionari in Europa. Nel 2000 è stato assunto dalla Goldman Sachs per dirigere la nuova divisione affari europei. Quest'anno ha partecipato alla raccolta di capitali societari, permettendo alla Goldman di scremare lauti profitti. È quindi in lista per un sostanzioso bonus.Yoel Zaoui: capo della banca europea d'investimenti. Nel 2009 incasserà probabilmente oltre 5 milioni di sterline. Dipendente fin dal 1988. Zaoui ha avuto un'ascesa fulminante, ottenendo l'ambita partnership in soli 10 anni. Ha avuto spesso scontri verbali con Michael, il fratello maggiore che ha ricoperto un ruolo equivalente nella banca concorrente Morgan Stanley.Karen Cook: direttore della Goldman Sachs International e presidente della Goldman Sachs Europe, nel 2009 il salario e i bonus di Cook dovrebbero superare i 5 milioni di sterline. Madre di sei figli, è stata corresponsabile della finanzia aziendale in UK presso la banca Schroders prima di passare alla Goldman nel 1999. Ha partecipato in acquisizioni multimiliardarie, ad esempio quella da 10,2 miliardi di sterline della Kraft. A cura di Philip BeresfordLa forza dei numeriNel 2007, Lloyd Blankfein, boss della Goldman Sachs, ha guadagnato 68 milioni di dollari, un vero primato per un CEO di Wall Street. Un buon specialista d'investimenti può arrivare a 3,5 milioni all'anno, un buon trader a 7-10 milioni, un membro del comitato di direzione a 12-15 milioni.La Goldman non è la più grande banca al mondo. La ICBC, the Industrial and Commercial Bank of China, ha un numero di dipendenti 11 volte superiore, ma non è la più ricca. La HSBC ha 2,4 trilioni di dollari di beni patrimoniali (la Goldman solo 1 trilione). E non è la più importante per capitalizzazione di borsa. Vale 95 miliardi di dollari rispetto ai 201 della 201 HSBC. Ma è la più redditizia.La Goldman ha il miglior rapporto dipendente/profitti di qualsiasi concorrente: in media 222.000 dollari all'anno nel periodo 2000-2008. Nello stesso periodo, la JP Morgan Chase, la più vicina rivale, ha avuto un profitto annuo di 133.000 dollari per dipendente.Nel secondo trimestre dell'anno in corso, i profitti della Goldman hanno raggiunto la cifra record di 3,4 miliardi di dollari. (Fonte: http://www.timesonline.co.uk estratto da comedonchisciotte.org a cura di C. Pappalardo)
- Sviluppo / Un contratto globale tra paesi
- di Moisés Naim Lo scenario è chiaro ed è inutile nasconderlo. Nei prossimi anni tutti noi, ovunque abitiamo e in qualunque paese, o sistema politico-economico abitiamo, saremo toccati da cinque fenomeni globali importantissimi. Nessuno potrà eluderli 1. Clima. Il cambiamento climatico e le sue conseguenze politiche, economiche, sociali imporranno enormi cambiamenti negli stili di vita e soprattutto sulla distribuzione del potere internazionale.2. Proliferazione nucleare. Aumenteranno i paesi che potranno disporre della bomba atomica e gruppi non nazionali tipo Al qaeda faranno il possibile per avere armi nucleari.3. Terrorismo islamico. I giovani islamici se non troveranno una risposta alle loro disperate circostanze politico-sociali ed economiche sceglieranno la via del terrorismo. Ai giovani manca la speranza, la libertà la prosperità . La religione non c'entra. Pesano le condizioni generali del mondo islamico.4. Asia. Il continente crescerà d'importanza, in particolare Cina e India assumeranno un ruolo ancora più decisivo rispetto a oggi. Questo destabilizza gli equilibri esistenti e sarà necessario un adattamento a questa situazione: il mondo deve farlo efficacemente, in caso contrario sorgeranno nuovi e imprevedibili problemi.5. Criminalità . Cresceranno la criminalizzazione della politica e la politicizzazione della criminalità che già oggi hanno il volto del potere finanziario e politico dei trafficanti internazionali di droga, persone, armi, prodotti contraffatti, denaro sporco, commercio dei rifiuti (Temi da me trattato nel libro Illecito, edito nel 2006 da Mondadori).Detto questo, è importante notare che queste cinque tendenze hanno tutte le seguenti due caratteristiche: sono globali e le loro conseguenze negative non possono essere controllate da nessun paese che pretenda di muoversi da solo. Neanche una superpotenza può contrastarle senza la collaborazione di altri paesi. Il mondo è "condannato" a trovare modalità di collaborazione comune. Non si attenuano le conseguenze negative prodotte da queste tendenze senza un'intesa tra i differenti paesi.Non c'è nessuna attività umana che sia tanto accusabile di inefficienza e di poca efficacia come il multilateralismo. Sul coordinamento multilaterale visto in questi anni è anche facile fare dell'ironia. Ma, purtroppo, senza un aumento significativo dell'effettività della collaborazione multilaterale queste cinque tendenze avranno ricadute catastrofiche sull'umanità e su ognuno di noi. È indispensabile perciò pensare e concretizzare un "contratto globale" che veda i diversi paesi lavorare assieme e coordinarsi per contrastare le cinque emergenze.Direttore Foreign Policy (Tratto dal Sole 24 ore)
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- di Errico GrisotEra il 1968 ed il futuro presidente degli Stati Uniti, William Jefferson Clinton, aveva ventidue anni. Era iscritto al corso di laurea in Diritto dell'Università di Yale, e stava trascorrendo un periodo di studio a Oxford. Durante una festa studentesca, Clinton incontra un altro studente americano, Jeffrey Stamps. I due cominciano a chiacchierare e Bill domanda a Jeffrey che cosa stia facendo da quelle parti. Jeffrey, tra un panino e un drink, gli racconta che ha vinto una borsa Fulbright del governo americano e che sta studiando presso il Pembroke College di Oxford.La conversazione tra i due giovani americani in trasferta nel Vecchio Continente continua, e Jeffrey gli accenna delle scuole che ha fatto prima di iscriversi all'università e dei suoi interessi. Poi Bill estrae un taccuino e comincia a prendere appunti. Segna il nome del suo interlocutore, poi quello del suo college e altre informazioni raccolte durante la chiacchierata. A quel punto Jeffrey chiede spiegazioni. E Bill risponde: "Sto entrando in politica e ho intenzione di correre alla carica di governatore dell'Arkansas, quindi prendo nota di tutti quelli che incontro".La storia poi fa il suo corso. Bill Clinton nel 1973 entra a far parte del Partito Democratico e a ventotto anni si candida senza successo al Congresso degli Stati Uniti. Riesce però a farsi eleggere procuratore generale e, due anni dopo, nel 1978, a trentadue anni diventa governatore dello Stato dell'Arkansas. Il seguito è noto.Questo aneddoto, citato dallo stesso Stamps, mette in evidenza la chiarezza degli obiettivi che Clinton ha sempre avuto nella sua carriera politica, e anche la risolutezza con la quale li ha perseguiti. Sottolinea inoltre la scelta e la capacità dell'ex presidente degli Stati Uniti di coinvolgere altre persone nell'ottenimento delle proprie mete.Perché Bill Clinton si annotava i nomi e i riferimenti di tutti quelli che incontrava? Che bisogno c'era (e c'è anche oggi) di coinvolgere altre persone nei propri progetti?I metodi di Clinton nascondono un ragionamento tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica: per trasformare i propri progetti in realtà non possiamo prescindere dagli altri, chiedere la loro partecipazione e il loro apporto se si desidera ottenere risultati superiori. Qualsiasi obiettivo può essere raggiunto solamente attraverso la collaborazione con altri soggetti. E il discorso è lo stesso per le aziende. Anche negli ambienti più competitivi e individualistici, i risultati importanti si raggiungono lavorando con le persone, non contro queste. Più l'obiettivo è ambizioso, più la collaborazione diventa indispensabile. Di conseguenza tutti coloro che sono in grado di creare importanti e solide reti di relazioni hanno maggiori possibilità di raggiungere i traguardi sperati.Quando parliamo di reti sociali, dobbiamo concentrarci sulla loro costruzione e sulla connettività di queste. Ottenere risultati assieme ad altre persone è "connettere", condividere conoscenze e dare valore aggiunto alle relazioni stesse. Il fine è uno: portare un vantaggio maggiore a tutte le parti coinvolte.Alcuni filoni di ricerca relativi a questi ambiti hanno analizzato l'importanza della creazione di relazioni sociali in riferimento (e in opposizione) al concetto di "povertà ". La mancanza di risorse economiche dei singoli individui è una conseguenza di una diversa povertà : ossia dell'isolamento sociale di elementi che invece potrebbero agevolare un arricchimento, semplicemente entrando in una proficua relazione con altri.Le possibilità che abbiamo di raggiungere i nostri obiettivi economici, sociali o personali è strettamente legata alla nostra capacità di relazionarci con chi può esserci d'aiuto. Lavoriamo meglio assieme alle persone con cui siamo in sintonia e andiamo d'accordo, ed è più facile fare affari con chi conosciamo e stimiamo: gente di cui possiamo fidarci, piuttosto che perfetti sconosciuti.Pensiamo alla ricerca di lavoro. Se facessimo un sondaggio su come nascono le opportunità più interessanti in ambito lavorativo, risulterebbe che le relazioni personali e i contatti amicali sono la fonte principale delle più importanti chances avute nella carriera di ognuno. Le occasioni che danno una svolta alla vita professionale o a quella aziendale spesso nascono da amici e conoscenti che suggeriscono di mettersi in contatto con qualcuno probabilmente interessato al nostro profilo professionale. E questo non avviene solamente nell'epoca del "marketing virale" o dei "social network" che si frequentano su internet. Era così anche prima. È sempre stato così.Bill Clinton aveva un obiettivo decisamente ambizioso a ventidue anni. Voleva diventare governatore. Ma per realizzare il suo sogno doveva coinvolgere altre persone, tante persone. Gente che credesse nel suo progetto. Dalla sua aveva certamente due armi non da poco: passione e sincerità . Ma soprattutto era abile a instaurare velocemente con chi incontrava un clima di amichevole confidenza. Il "Washington Post", poche ore dopo le elezioni presidenziali del 1992, dedicò alla capacità di gestire le relazioni sociali di Clinton un lungo articolo. Avevano raccolto diverse testimonianze di imprenditori che lo avevano conosciuto dieci anni prima durante una serie di incontri. Il giovane Bill - c'era scritto - era in grado di passare da una discussione all'altra, si ricordava i nomi delle persone con cui si relazionava e metteva tutti a proprio agio. Nessuno si era dimenticato di lui, nonostante fossero passati anni.Si sono versati fiumi di inchiostro sulla costruzione di relazioni sociali per la crescita della propria carriera lavorativa, ma spesso ci si è concentrati soltanto su tecniche di comunicazione o peggio ancora ci si è fissati con gli strumenti tecnologici, tralasciando un elemento fondamentale: la generosità .Quando gli obiettivi diventano importanti, abbiamo bisogno d'aiuto per centrarli. Ma prima di avere, dobbiamo essere stati in grado di dare. Solo dopo, avremo la possibilità di chiedere una mano a chi ce la può tendere. Questo significa essere in grado di aggiungere valore alle relazioni con le persone che ci sono vicine. Se non siamo in grado di offrire qualcosa in più agli altri, non possiamo pensare di possedere una rete di conoscenze solida e affidabile, e quindi qualcuno che ci possa aiutare a raggiungere i nostri obiettivi.Le relazioni sociali si rafforzano attraverso una fiducia reciproca che va costruita, alimentata e mantenuta. Clinton coinvolgeva nella sua corsa a governatore altre persone, e questo significava anche farsi carico della responsabilità dei loro problemi. La nostra capacità di aiutare gli altri crea, infatti, la fiducia che sta alla base della tenuta di una relazione sociale.In molte riviste di management e nei principali forum di discussione mondiali si sta affermando l'importanza delle reti di relazioni sociali per il successo nella vita lavorativa.Dopo il periodo della New Economy, siamo ritornati nella Old Economy che però purtroppo non è più quella di prima. Alcuni utilizzano l'espressione "fluid economy" per fotografare lo stato delle cose di oggi. Tutto si trasforma di continuo, e certezze, nel mondo degli affari e del lavoro, non ce ne sono più. Le aziende hanno a che fare con clienti che si muovono velocemente, che cercano alternative e che sfuggono alle categorizzazioni degli esperti di marketing. Quindi provano a trattenere i propri clienti, con lo scopo di dar vita a rapporti duraturi, puntando sulla qualità dei propri prodotti, l'innovazione, i servizi. Sono modalità utili a creare e rafforzare la fiducia tra azienda e cliente. Perché quando ci fidiamo di qualcuno lo teniamo in considerazione, seguiamo i suoi consigli e siamo disposti ad aiutarlo se ne ha bisogno.Allo stesso modo quando ci troviamo in situazioni lavorative (ma il discorso sarebbe valido anche per la sfera personale) nelle quali non sappiamo muoverci, perché magari sono nuove o particolarmente ostiche, il primo pensiero è quello di chiedere il consiglio di qualcuno che conosciamo. Ecco che ci rivolgiamo alle persone di cui ci fidiamo. E più i problemi ci sembrano importanti e delicati, più è ristretto il numero di referenti possibili.Nello sviluppo della nostra carriera lavorativa, proprio le persone che hanno fiducia in noi possono regalarci le opportunità più interessanti, perché la relazione che esiste con loro è forte e solida.Quali sono i clienti migliori per una azienda? I migliori clienti sono i clienti già esistenti. Sono quelli attivi adesso. Le vendite migliori arrivano infatti da chi conosce l'azienda, e ha una relazione di fiducia con questa.La costruzione di reti sociali, quelle che aiutano le persone a crescere professionalmente e le aziende a prosperare, parte dalle relazioni che già esistono. Il primo passo sarà rafforzare le relazioni esistenti domandandosi: "Che valore aggiunto posso dare alla mia rete?".Con una rete solida e affidabile le opportunità migliori arrivano più facilmente. Se poi la prospettiva per gli anni futuri è un continuo cambiamento e un'instabilità dei mercati economici e lavorativi, allora la capacità di attrarre occasioni di crescita per i singoli e opportunità di sviluppo per le aziende sarà la caratteristica che determinerà chi sale e chi scende.Quello che dobbiamo chiederci oggi è che cosa possiamo fare per rafforzare le nostre reti di relazioni per attrarre migliori opportunità per il futuro. Su questo dobbiamo lavorare.
- Conferenza presieduta dal prof. Robert Solow sullo sviluppo delle competenze economiche e manageriali.
- I problemi che oggi attanagliano le economie moderne ruotano intorno ad un denominatore comune: LA CRESCITA ECONOMICA.Ma cosa si intende per crescita economica?Secondo la definizione elaborata dal prof. Solow, si ha crescita economica quando l'economia si sviluppa ad un tasso più elevato della produttività dei suoi inputs (capitale e lavoro). L'incremento di reddito che non risulta spiegato dall'aumento di capitale e lavoro è frutto evidentemente del progresso tecnologico.L'indicatore per eccellenza utilizzato per misurare il livello di ricchezza di un'economia è il PIL.Ma quali sono le componenti del PIL?Il consumo, l'investimento, la spesa pubblica, le esportazioni nette.Se qualcosa si inceppa nei meccanismi di creazione e trasmissione della ricchezza ci troviamo di fronte a problematiche che assumono connotazioni di crisi, recessione e depressione a seconda del loro protrarsi nel tempo.Gli obiettivi che i governi si auspicano, e si sono auspicati per il passato, si sposano bene con l'individuazione delle quelle condizioni atte a realizzare una crescita stabile e duratura. Creare ricchezza, preservarla e incrementarla nel tempo è la condicio sine qua non per scongiurare tensioni sociali e fratture traumatiche.I teorici dell'economia, dagli albori sino ai giorni nostri, consapevoli di questa visione del mondo, sono stati da sempre ossessionati da un concetto: L' EQUILIBRIO ECONOMICO GENERALE.Si tratterebbe in sostanza di un modello economico dove tutti gli individui sono soddisfatti, felici e contenti.Un modello del genere è tanto idilliaco quanto utopistico. Nella realtà questo non esiste, e ritengo forse non sia mai esistito nemmeno a livello teorico (Leon Walras).I gusti, le preferenze, le debolezze, i sentimenti, gli stati d'animo delle persone non si prestano ad essere schematizzati mediante funzioni matematiche e ogni tentativo che fosse volto in questa direzione sarebbe destinato a fallire inevitabilmente.Ancora una volta ho assistito ad un seminario i cui i proponimenti iniziali sono stati disattesi nella sostanza. L'ennesima lezione universitaria sterile sotto gli aspetti pratici.Gli strumenti di politica economica, siano essi di natura fiscale che monetaria, sono un catalizzatore di breve periodo, inefficaci se si considerano dinamiche di lungo periodo.Lo stesso Keynes ne era perfettamente a conoscenza. Infatti, le sue analisi sono esclusivamente di breve periodo.Ritenere che questi strumenti siano l'unica risposta possibile ai mali si rischierebbe di ricadere negli errori del passato. Essi curano, quando risultano efficaci, gli effetti e non le cause.Fare una politica di stampo Keynesiano, come mi pare sia emerso dal convegno, attraverso interventi di natura fiscale rischierebbe di appesantire l'apparato dei fannulloni tanto caro al ministro Brunetta.La situazione economica attuale non trova spiegazione nel modello di Solow, non perché il suo modello sia sbagliato ma perché è anacronistico rispetto alla attuale situazione di crisi. Se ragionassimo in base a quelle che sono le ipotesi formulate nel modello ci troveremmo di fronte a questa contraddizione: produttività potenzialmente alta dei fattori, crescita negativa e disoccupazione dilagante.Di fronte ad uno scenario globalizzato, mi guarderei bene dall'utilizzo di politiche volte ad incrementare la spesa pubblica.Fare le buche per poi ricoprirle ben si adattava ad un sistema economico prevalentemente a carattere domestico, dove i fenomeni inflazionistici dovuti all'escalation dei costi delle materie prime (es. petrolio OPEC) non avevano certamente la dimensione e la portata che hanno oggi.Ma anche concetti come la dicotomia del sistema economico e la neutralità della moneta, argomenti tanto cari ai monetaristi, in realtà crollano come un castello di sabbia. Infatti, la crisi che oggi stiamo attraversando affonda le sue radici in problematiche di carattere monetario-finanziario.A questo proposito mi viene in mente un paragone che Milton Friedman, soleva fare a proposito della circolazione della moneta.Immaginiamo una comunità montana, isolata dal mondo, che vive di quello che produce e che utilizza una certa quantità di moneta (per esempio 100) per fare circolare i beni e i servizi prodotti. Se la quantità di moneta in circolazione ad esempio raddoppia, perché si distribuiscono con un piper altri 100 biglietti di banca, la ricchezza totale è cambiata?Quello che è cambiato evidentemente è il paramento di misurazione dei beni e servizi ma non certamente la ricchezza prodotta dalla collettività stessa!La visione della moneta come un "buono della Coop" che permette lo scambio dei beni e dei servizi è valida, e certamente accettabile sotto l'aspetto transattivo ma se della moneta se ne fa un altro uso, magari per fini speculativi e fraudolenti, il risultato che se ne ottiene è sotto gli occhi di tutti.La crisi finanziaria scoppiata l'anno scorso ha trascinato nel baratro la parte reale del sistema.Ritornare alla situazione di normalità e di crescita, attraverso l'introduzione di meccanismi automatici di stabilizzazione, come è stato più volte ribadito nel seminario, non è una risposta efficace al problema. Lo sarebbe, ma non ne sono completamente convinto, se si creassero regole condivise e universalmente accettate.Ritengo invece corretto individuare soluzioni che siano più attuali rispetto ad un'economia sempre più globalizzata.Se è vero che il modello propostoci negli ultimi venti anni a questa parte è quello basato sulla concorrenza, la differenza, in termini di crescita, la fa il mercato. Non è certamente la spesa pubblica o l'imposta da inflazione (espansione della base monetaria maggiore del tasso di crescita della ricchezza reale) a dare una risposta duratura e tangibile ai problemi. Sono palliativi questi di breve termine che vanno presi con le pinze. Se così non fosse si correrebbe il rischio di trovarsi di fronte al paradosso che il rimedio adottato si riveli peggiore del male.Un mercato concorrenziale riesce più di qualsiasi altra forma di mercato a massimizzare gli interessi degli agenti economici (offerenti e compratori). Questo è vero se le regole non vengono disattese e soprattutto se lo stato si impegna ad eliminare situazioni viziate definite come "rendite di posizione".Dalla crisi si uscirà e poco importa quali strumenti saranno adottati per ritornare alla situazione di normalità . L'importate è scegliere la via meno traumatica.La ricchezza la si crea garantendo il rispetto delle regole del gioco e limitando l'intervento dello stato nell'economia. A mio avviso, lo Stato dovrebbe in ultima analisi rivestire il ruolo di arbitro sanzionando quei comportamenti potenzialmente dannosi. Solo in questo modo un'impresa riesce a conseguire un vantaggio competitivo e solo se riesce a creare più valore rispetto ai suoi concorrenti avrà la possibilità di incrementare profitti e ricchezza.Gli sforzi devono essere compiuti in questa direzione. Se non si entra in questa ottica sarà difficile competere con le economie emergenti! Vincenzo D'Iorio
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