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http://www.patrickcolgan.wordpress.com Un luogo dove parlare di quello che mi interessa: libri, musica, cinema, blogging, giornalismo, comunicazione, scrittura, viaggi.
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- Lungo i sentieri d'Islanda…
- Â …ho fatto delle foto. (se non vi bastano, altre le trovate qui) altri post sull’Islanda: Reykjavik e l’eclissi umana, Ghiacci e deserti (sul Laugavegur), Rientro dall’Islanda
- La tristezza di Sky cinema
- Sono in fase polemica. Amo Sky, ma in questo mediocre e solitario agosto cittadino mi accorgo che a un appassionato di cinema, Sky cinema non serve poi a molto, se non a scoprire quanti film pessimi e improbabili vengono prodotti ogni anno: li trovate tutti in prima e seconda serata. Gli altri, quelli decenti, se non belli, o li avete già visti al cinema, visto che di cinema siete appassionati è abbastanza normale, o li trovate a pagamento, come se già non pagaste abbastanza. Quando poi c’è un film che vorreste, giustamente, rivedere in lingua originale non è detto che la lingua originale sia disponibile (come per ‘La pianista’ l’altra sera) o magari i sottotitoli non sono disponibili e il vostro svedese non è sufficiente a seguire i dialoghi (‘Uomini che odiano le donne’, stasera). E allora,  il 99% delle volte, se hai voglia di guardare qualcosa metti NatGeo che, almeno quello, non delude (quasi) mai.
- Prendere sette gol dal Portogallo
- Giocatori puniti, additati come nemici del popolo e umiliati pubblicamente, l’allenatore condannato ai lavori forzati, il tutto dopo il fallimento ai Mondiali. Non parlo di cosa sarebbe dovuto succedere all’Italia o alla Francia dopo la spedizione ingloriosa in Sudafrica, ma molto più  seriamente di è successo in Corea del Nord. E’ un Paese dal quale arrivano pochissime notizie, per lo più assurde e incredibili, quasi tutte, purtroppo, vere.  Limitandosi al calcio basti dire che nei comunicati ufficiali per la prima volta in assoluto dopo la partita col Brasile si alludeva alla sconfitta della squadra, senza però riferirne esplicitamente. Se volete saperne di più sulla Corea del Nord, vi consiglio di affidarvi ail libro di Michael Breen linkato qui accanto, ‘All’ombra del dittatore grasso’. Ma, mi chiedo, può una nazionale così essere ammessa a giocare le competizioni internazionali? E’ possibile che gli avversari debbano temere che segnando un gol forse condanneranno qualcuno al carcere? La risposta è semplice, no, e la Fifa doveva pensarci già da un pezzo. Link: Come si vive in corea del Nord (Ilpost)
- Invito all'InterRail
- Foto accanto: Trains are red in Switzerland Originally uploaded by christianmeichtry Ricordo che quando si scendeva dal treno, alla fine di 25, 27 giorni a zonzo per l’Europa, rimbombava ancora nel cervello il sussulto regolare delle traversine. Ricordo lo stomaco un po’ vuoto, il portafogli leggero, lo zaino pieno di vestiti sporchi, la testa piena di immagini indimenticabili. Ricordo anche la sensazione che era l’ora di tornare a casa, di immagazzinare l’esperienza appena vissuta, di salutare i compagni del viaggio appena concluso con cui si era condiviso tutto. Non so se siano tanti i ragazzi che vivono ancora l’esperienza dell’InterRail. Statistiche e dati non li ho trovati (se qualcuno li ha, è gradito un link nei commenti). Ma l’impressione è che rispetto a dieci anni fa il viaggio in treno che ha segnato generazioni sia sempre meno gettonato, stritolato dai pratici, economici voli low cost, il classico fly and drive, magari nella vicina e comoda Spagna. I miei fratelli non hanno vissuto l’esperienza dell’Interrail. Come non l’hanno vissuta i 18-20enni con cui ho avuto occasione di parlare. Ma conviene scegliere l’interrail, che ora consente varie formule (occhio, nel link adulti e giovani sono invertiti), le più diverse, ma tutte piuttosto costose? E’ la domanda sbagliata, perché scegliendo il treno si sceglie una diversa filosofia di viaggio. Viaggiare in aereo non è viaggiare, è spostarsi. Entrare nella scatola di metallo e ritrovarsi dopo qualche ora in un paese lontano è la cosa più simile che esista al teletrasporto. Annulla le distanze, cancella la sensazione di muoversi, tanto che si può finire in Canada invece che in Australia senza accorgersene. Viaggiare, quando ti sposti in treno (e non con uno dei treni superveloci che coprono le grandi tratte) è osservare i paesaggi che cambiano lentamente. Cambiano assieme alle scritte sui cartelli, ai volti delle ragazze. Così come cambiano le parole, i costumi, il cibo. Lentamente, per gradi e improvvise accelerazioni. E viaggiare in treno significa anche accorgersi che l’Europa è grande, ma non poi così tanto, che i popoli europei sono diversi, ma la cultura comune. Puoi accorgerti che se hai tenacia in tre-quattro giorni, se vuoi (ma è meglio farlo più lentamente), puoi arrivare agli immensi cieli del circolo polare artico passando per strade meno battute, fermandosi in stazioni perse nella campagna, conoscendo Paesi e città fuori dalle normali mete turistiche, parlando con persone di quattro, cinque nazionalità diverse. E poi ancora, se si vuole, si può arrivare a Gibilterra e attraversare lo stretto per andare in Marocco (incluso nell’InterrRail), così lontano, così vicino. Oppure prendere un traghetto di notte per accorgersi che l’Inghilterra è un’isola, ma non lo è poi così tanto. Perché è meno lontana dal continente che la Corsica o la Sardegna dalle coste italiane. Non so se abbia avuto un peso, credo di no, ma è curioso come il declino dell’InterRail vada di pari passo con l’appannarsi del sogno europeo, con le crescenti diffidenze, con i localismi, gli egoismi, anche all’interno dei singoli stati. Vedere più paesi, avere una percezione anche geografica, oltre che culturale di cosa è l’Europa, come è fatta aiuta a conoscere anche il proprio Paese, a vederlo in una prospettiva più ampia. Ma anche a conoscere i propri compagni di viaggio, e se stessi. Per saperne di più: Tutto quello che c’è da sapere sull’argomento lo trovate su  Inter-rail.it, nel forum troverete tanti esperti pronti a risolvere i vostri dubbi o darvi consigli (ma prima fate una ricerca, è facile che la risposta sia già nel forum) Consultate sito ufficiale dell’Interrail, c’è anche una sezione dedicata a trucchi e consigli.
- ReykjavÃk e l'eclissi umana
- ReykjavÃk harbour at night Originally uploaded by fjalarinn In Italia, quando la temperatura si abbassa o, peggio, cade qualche goccia di poggia, la gente sparisce. Non vengono cancellate solo le partite di calcetto. Anche le serate al chiuso vengono annullate: niente cene, niente cinema. Se piove non si esce, nemmeno per andare a stare al chiuso. Va da sè che i mesi invernali sono praticamente di letargo assoluto, eccezion fatta per i weekend. Il fenomeno è inspiegabile (ma se la serata è al chiuso che ti importa se piove? Per cosa è stato inventato l’ombrello? sono le domande che mi affollano la mente). Ma è tanto visibile che quando arriva l’estate, le folle che si incontrano in città , nei parchi, addirittura nei locali al chiuso, ti fanno domandare da dove venga tutta quella gente, e soprattutto dove fosse prima. Un fenomeno assai diverso ma curiosamente simile negli effetti avviene in diverse città europee del nord, ma a in nessun’altra capitale di quelle latitudini lo si può osservare come a Reykjavik. L’ho vissuto solo una volta, ma ne ho impressioni vividissime, forse sbagliate, parziali, ma ve le racconto. Il fine settimana la città sembra sul punto di esplodere, attraversata da fiumi incessanti ed enormi di gente e di taxi fino a quella che da noi sarebbe l’alba. Musica, tanta musica (ottima musica, ottime band) invade la città . Duecentomila abitanti e concerti, band, spettacoli che neanche una regione li può vantare, da noi. E poi risate, inibizioni che cadono, allegria, il tutto lubrificato da dosi immani, eccessive di alcol. Una festa incessante, contagiosa che dura fino alle cinque, le sei di mattina. Io, per la cronaca, alle quattro sono finito ko e mi sono trascinato al taxi più vicino. Ma durante la settimana la città cambia volto. E deserta. Un’eclissi umana, non saprei come altro definirla. In giro non c’è nessuno e i pochi per strada vengono guardati come pazzi. Quasi tutti i locali, aperti inspiegabilmente fino all’una nei giorni feriali, tirano tardi vuoti. Ti viene da chiederti dove siano finiti tutti, o se quello che hai visto qualche giorno prima fosse solo un sogno, un’allucinazione. Ma forse tutti stanno semplicemente recuperando dal weekend precedente. ps Poi scopri anche che il dieci per cento degli uomini islandesi è stato in cura per abuso di alcol
- Ghiacci e deserti (Laugavegur)
- Alftavatn, prima o seconda tappa del trekking. Avete nelle gambe 12 o 24 chilometri? (foto di Patrick Colgan) Prati verdi, deserti grigi, montagne rosse, ghiacciai bianchi, ghiacciai neri. E poi ancora colline nere, colline gialle, colline bianche. E ancora gole, cascate, laghi. E sorgenti sulfuree, campi di lava, immense distese di cenere, vulcani spenti che trasmettono una sottile inquietudine. Quello che è incredibile, davvero incredibile,  dell’Islanda è la concentrazione in pochissimo spazio di così tanti colori, paesaggi, ecosistemi. La presenza dell’uomo è marginale. Una sola vera città lungo oltre mille chilometri di costa e tanti piccoli avamposti distanziati da decine di chilometri. Basta fare qualche passo  verso l’interno dell’isola e l’uomo sparisce quasi subito. La sua fuggevole presenza è ricordata solo da alcuni sterrati, quasi sempre deserti. Sul popolare Laugavegur, il famoso e frequentatissimo trekking di tre-quattro giorni fra Landmannalaugar e Thorsmork, nel sud dell’Islanda, i paesaggi, i colori, sono schiacciati, ammassati, sembra stiano per implodere tanto sono vicini, stipati in tanto poco spazio. Li si incontra uno alla volta e tutti assieme lungo appena 55 chilometri di sentieri ripidi e sconnessi. E nonostante questo, ovunque si sente il senso dello spazio, del vuoto, forse perché ovunque incombono i cieli luminosi e immensi del nord. Camminare è una sorpresa continua. E una fatica, sotto pioggia, vento e pure sole bruciante, neve a volte, camminando su cenere, sabbia, fango, ghiaccio sottile, guadando fiumi.  Faticoso soprattutto se siete soli e con la tenda sulle spalle (molto meno se dormite nei rifugi e camminate leggeri). Ma ne vale ampiamente la pena. Se riesco a trovare le parole nei prossimi giorni ve lo racconto. Ho fatto anche qualche foto.
- Rientro dall'Islanda
-  Appena rientrato dall’Islanda. Ho camminato 60 chilometri nel popolare (ma duro) trekking fra Landmannalaugar e Thorsmork, ho scattato foto (come quella che trovate qui sopra), ho vissuto un sabato sera a Reykjavik e fatto tante altre belle cose. Alcuni pensieri sparsi prima di fare un post più organico sull’isola. 1- A tutti quelli che mi hanno chiesto perché ero così abbronzato: se si eccettuano i monti, i ghiacciai e le terre selvagge in genere, in Islanda d’estate non fa – necessariamente – freddo. E ci può essere molto, molto più sole che in Italia, visto che non tramonta mai. Infatti sui banconi dei negozi in bella evidenza c’è la crema solare. 2- Incontrati, fortunatamente, pochissimi italiani (si muovono solo in agosto). Quei pochi che ho incontrato li ho ascoltati – allibito – discutere con passione del tema principe trattato dagli italiani all’estero (anche a giudicare da quello che si scrive su tripadvisor), che siano in un resort sul Mar rosso, in un campeggio in Corsica, in un ristorante di Akureyri: la pasta è scotta, la pizza è troppo alta. Ma come cavolo vi viene in mente di andare a mangiare la pasta all’estero?? Capisco che ci siano persone meno adattabili, ma la gastronomia locale è uno dei piaceri del viaggio. E comunque non vi potete aspettare di mangiare decente cucina italiana all’estero. Sapete una cosa? Vi meritate di mangiar male. 3- Altro mistero, collegato non direttamente all’Islanda ma alle stranezze degli italiani: perché decine di auto fanno la fila al casello delle autostrade per pagare in contanti? Desiderano il rapporto umano al punto da attendere decine di minuti? Non hanno, non dico una carta di credito, un bancomat per pagare al casello automatico dove la fila non c’è? In Islanda – che, vabbè, è stata vicina alla bancarotta, ma è un altra storia - anche la birra al pub o il giornale si pagano con carta di credito. Non dico arrivare a questo punto ma… 4- Sono sempre stato un sostenitore della guida Routard che ritengo superiore alla Lonely planet per i viaggiatori indipendenti e più vicina al gusto europeo, oltre che più coinvolgente. Il problema fondamentale è che seguendone le indicazioni si finisce sempre in posti pieni di francesi. Dominati, pieni zeppi di francesi. 5- I francesi. Ecco, con loro non ho mai legato nei miei viaggi, non so perché. Non che ci tenga particolarmente, ma ho conosciuto tanti tedeschi, scandinavi, per non parlare dei più socievoli, gli americani. Con i transalpini, mai scambiato più di due parole, nonostante conosca decentemente il francese. E qui veniamo a un problema di zaini e tende Quechua, quelli prodotti dalla francese decathlon. Non sarebbero male, ma se li usi ti scambiano tutti per francese, anche i francesi (è un po’ come lo zaino invicta per identificare gli italiani). Poi scoprono che sei italiano e si allontanano rapidamente. 6- Addirittura gli islandesi mi hanno spernacchiato per la figuraccia dell’Italia ai Mondiali. p.s. dicevo che i prodotti Quechua non sono male, ma la nuova tenda si è strappata la seconda sera di trekking. Per fortuna solo nella zanzariera, ma le maledizioni che gli ho tirato…
- La foto più taggata del mondo
- Ne vorrei una uguale per tutti i concerti e festival a cui sono stato. Per vedere com’ero, come cambiavo, chi era vicino a me. A Glastonbury hanno scattato una maxi foto navigabile e taggabile del pubblico. Davvero meravigliosa e un po’ ipnotica. Chi c’era può taggarsi (segnalare chi è, per chi non usa facebook o flickr) o taggare i suoi amici. Siamo oltre 5mila tag, ma ne mancano ancora 65mila. (via Ilpost)
- Verso Nord
- Ho preso il biglietto oggi. Per un viaggio sognato da 10 anni ma per varie coincidenze (e per il costo, ora leggermente inferiore) mai realizzato. Non sono andato nonostante il mio amico Fabrizio ci abbia vissuto otto anni e avesse ormai in pugno l’isola (o quasi). Fra una settimana parto per l’Islanda (dove sarò impegnato in tutte le simpatiche attività che potete vedere nel video sotto) e torno verso nord dopo molti anni (sette) e diversi viaggi a sud e a est. Se qualcuno ha consigli, suggerimenti, sono più che benvenuti.
- Sui pedali
- Nel 2009 il numero di pendolari che si sposta in bici a New York è cresciuto del 26 per cento.
STATISTICHE E INFO SITO


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